|
|
-

- La Piramide di Sergio Nardoni
-
Nel corso della manifestazione
alla presenza
dal Sindaco di
-
Tavarnelle Val di Pesa Stefano Fusi e del
critico e storico dell'Arte Pierfrancesco Listri
la Scuola di Musica di Tavarnelle eseguirà un concerto
di musica da camera e sara' presentato il libro " LA
PROFONDITA' IN SUPERFICIE - racconto della gente di
questa terra - " con la prefazione di Pierfrancesco
Listri, che illustra la genesi dell'importante opera
musiva.
TUTTI
SONO INVITATI ! |
-
" LA PROFONDITA' IN SUPERFICIE "
-
-
Prefazione di
-
Pierfrancesco
Listri
Da tempo, traffico e caos urbano ci hanno
rubato le piazze, cioè i luoghi sereni e vividi in cui per secoli la
comunità ha sostato, si è quotidianamente ritrovata a conversare e
far mercato. Felice idea , e toscanissima, è dunque questa della
vivace Tavarnelle di dar vita a un pubblico monumento, un’opera
d’arte, che ha oltretutto il merito di sorgere in quell’ala
prossima, Sambuca, la più industriale della cittadina, dove un
elegante e nuovo insediamento abitativo rallegra, fra lo splendore
delle colline, la pubblica convivenza. Ne è autore un prestigioso
artista, da anni abitante del luogo, Sergio Nardoni, pittore di
internazionale riconoscimento in questa occasione cimentatosi con
l’antica e difficile arte del mosaico. Figura, luce e colore, sono i
tre segreti di questa Piramide. Perché una piramide? Forse perché da
millenni, la sua forma è un mitico simbolo, fra sacro e
astronomico. Forse perché propone ben quattro facce contigue per un
discorso narrativo che è insieme scandito, diverso eppur unitario.
Forse perché, nella stereotipa sintassi dei pubblici monumenti, la
piramide, quale Nardoni l’ha realizzata, è cordialmente più vicina a
chi passa: è un oggetto del vissuto e non un sacrario da ammirare;
la si può (la si deve) accarezzare, appoggiarcisi come al più
elegante degli arredi urbani. Forse perché non celebra glorie
passate (il monumentismo è antico vizio nazionale) ma
silenziosamente inneggia alla vita, si propone come allegro e
propizio augurio del quotidiano. Infine lo stesso Nardoni ce ne
spiega il senso: la sua piramide si conclude e volge la sua punta
verso il cielo: è aspirazione alla libera fantasia, a un domani
felice. Guardiamola da vicino, dopo aver ricordato la figura
dell’artista suo autore. Fiorentino, formatosi nell’Accademia di
belle Arti, allievo dell’estroso e umanissimo italo-parigino Silvio
Loffredo, sodale di Bueno e di Annigoni, osservatore diretto
dell’arte di Carena, poi viaggiatore attento e nutrito di grande
cultura umanistica, Nardoni ha sempre inteso, con l’amata e
dotatissima misura del disegno, rappresentare il reale come appare
nel suo mistero. Una grazia elegantissima e morbida, unita a un
luminismo magistrale (le sue luci in cui tutto pare inzuppato e
redento) lo hanno fatto definire a tratti manierista a tratti
metafisico e di questi due alti partiti del gusto egli certo
partecipa, ma con scatti di originale invenzione (le sue maschere, i
suoi manichini), con un realismo angelicato e fuor della cronaca che
rende le sue opere come rare e luminose epifanie, pur legate al
nostro e suo tempo. In epoche più recenti Nardoni si è volto ad
osservare con partecipazione le feste popolari, i balli, la vita
collettiva della comunità intesa come popolo festante e in cammino
(anche da qui forse nasce l’idea della Piramide). La desueta, - oggi
tornata in auge forse per overdose della fotografia-, arte del
ritratto e non poche escursioni nell’arte sacra, sono altri due
aspetti del buon fare pittorico di Nardoni. Scorrendone la
biografia, si vedrà del resto come le tante mostre e i prestigiosi
riconoscimenti oltre che in Italia nei maggiori paesi d’Europa e non
solo, testimonino l’unanime apprezzamento per questo artista così
difforme dalle mode contemporanee eppur così calato nella alta
consacrazione della vita, fantastica e insieme quotidiana. Oggi
Nardoni regala alla piccola, gloriosa e storica città dove vive
questa Piramide. Essa ha quattro facce, ognuna svolge una scena:
legate insieme, formano un unico racconto. La sua estensione nello
spazio è globalmente di circa otto metri quadrati; per la sua
esecuzione l’artista è ricorso all’uso del cosiddetto mosaico
bizantino, realizzato con piccole, splendenti tessere musive di
quelle che solo i vetrai di Venezia sanno fornire: Guardatele,
l’insieme esprime una vivezza materica e insieme una liscia
superficie di visione; certe punteggiature di tessere d’oro danno
all’insieme luminosi barbagli, il senso del forte costrutto si
scioglie nel libero e aereo discorso del racconto. Alla prova
dell’aria aperta e del sole, questo manufatto non solo non subirà
affronti ma acquisterà una patina cangiante secondo il volgere delle
stagioni. Tavarnelle è nel cuore del Chianti, paesaggio unico al
mondo, dove il compasso delle pievi e delle vigne, delle ville e
delle colline crea un mirabile, millenario equilibrio. E a questo
mondo, Nardoni si è ispirato e riferito. Ecco dunque le quattro vele
di questa magica Piramide. Nella prima Nardoni evoca e rappresenta
tre figure di giovani in attitudine di felice corsa, quasi una fuga,
accompagnati dalla musica di uno di loro allegro musicante: il
libero spazio verso cui tendono e il leggero moto dei loro corpi
dicono libertà e speranza. Questa vela ha qualcosa di museale, di
antica epifania quasi di graffiti, eppure è figlia dell’oggi più
condiviso dalla gioventù. Tre fanciulle, di classica e composta
bellezza, sono intente, nella seconda vela, al rito della vendemmia.
Singolare rispecchiamento, fra piramide e colli d’intorno, cioè fra
arte e natura, di un evento ad ogni stagione segno toscanissimo
della vita della terra e degli uomini. Come nei grandi maestri del
Novecento (si pensi a un Sironi) il lavoro trova di nuovo nell’opera
di Nardoni, una solenne decantazione figurativa. Ancora il lavoro,
ma come feconda progettualità del futuro, è narrato nella terza vela
della Piramide. In una vera e propria “scultura colorata”, quattro
costruttori giovani studiano e tracciano i segni di un progetto
mentre sullo sfondo questa zona di Tavarnelle, si staglia con le sue
industrie laboriose. Ferme le posture, luminosi i colori, anche
nell’arte musiva il talento di Nardoni nel creare figure si dispiega
con un costruttivismo solenne e realistico. Una coppia di innamorati
giovani, nella quarta vela della Piramide, osserva lo splendido
panorama con occhio fidente nel futuro di un ambiente, bellezze
naturali e memorie della storia, che occorre preservare e godere con
felice speranza.. Quattro vele, quattro quinte, quattro capitoli di
un unico messaggio solidale e ricco di futuro. Questo il senso del
bellissimo e artistico manufatto, creato grazie all’antica difficile
arte musiva, che un artista del nostro tempo, ma nutrito di tante
suggestioni del grande passato pittorico, regala oggi al suo paese e
al cuore degli uomini di buona volontà fiduciosi nella convinzione
che la bellezza potrà salvare il mondo.
Pierfrancesco Listri
|
|