La bibliografia di Nardoni comincia ad essere rilevante, si contano infatti più di 25 edizioni monografiche oltre ad almeno 200 tra pubblicazioni su quotidiani, riviste e cataloghi non monografici. In questa pagina una selezione di opere  tratta da questi volumi narra l'evoluzione iconografica del Maestro dagli esordi fino alle opere più recenti.

Il tempo e' un fiume, e i miei quadri sono barche leggere, che un giorno, spero, giungano al mare
 
 

ACCADEMIA DELLE ARTI DEL DISEGNO FIRENZE

Sergio Nardoni

L’ottagono magico

 
 
 
 

PRESENTAZIONE

In aprile, a primavera, stagione delle promesse di giornate vivificate da forza e calore,SergioNardoni esporra’nelle sale dell’Accademia delle Arti del Disegno in Piazza san Marco. Tornerà a Firenze dopo tante mostre nazionali e internazionali. Arrivera’forse dal suo studio di Pechino, o dalla più vicina Sambuca di Tavarnelle Val di Pesa. Quest’ultima, nel Chianti, è stata eletta a sua residenza stabile in una soluzione analoga a quella operata da tanti altri artisti che hanno preferito legarsi al territorio e non alla città. Una costatazione che ci propone un rapporto equilibrato tra la città e la campagna, simile a quanto rilevato dagli storici del Medioevo sulla fortuna culturale, artistica, e economica di Firenze, Siena, e Lucca. Un rapporto felice reso possibile da un ambiente ideale per vivere e per partecipare dell’esperienza umana in un contesto paesaggistico tra i più pregiati della Toscana. Traspare l’energia di questo rapporto nell’opera di Sergio Nardoni già legato a Loffredo, Bueno, Annigoni,  Treccani,  Faraoni ma anche al Beato Angelico, Vermeer  e non ultimo Federico Fellini.  La sua è una pittura solare quanto positiva, volta a guidarci verso rappresentazioni felici, attraverso metafore dell’esistenza e al recupero di un patrimonio segnato da valori e di bellezza. Assieme alla pittura, le sue opere tridimensionali  della piramide di Tavarnelle o della sfera dell’Inno appaiono appartenere a un analogo itinerario artistico coerente quanto ambizioso. Sono sculture di notevoli dimensioni da non temere di essere inefficaci nel loro messaggio, e che si distinguono per l’abilità tecnica non comune con cui sono state realizzate.

Luigi Zangheri  Presidente dell’Accademia delle Arti del Disegno

 

INTRODUZIONE
Alessandro Sarti

Era il mese di dicembre del 2007 e una domenica mattina, mentre mi recavo alla mostra Guttuso a Pontassieve - una firma in rosso, particolarmente felice per le centinaia di persone che accorrevano a visitarla, fui sorpreso non solo dalla folla che io camminando mi divertivo a fotografare, bensì dalla nutrita presenza di giovani, probabilmente studenti, che si apprestavano ad entrare nella Sala delle Colonne del nostro Comune, sede dell’esposizione. Avevamo infatti da poco inaugurato quell’insolita personale, primo grande evento artistico di Pontassieve, aprendo al pubblico contemporaneamente anche l’appena restaurata Sala delle Colonne, e candidando così anche la nostra citt  a divenire proponitrice di messaggi forti nel campo dell’arte e della cultura, vera punta di diamante tra i comuni della provincia, oggi Citt  Metropolitana. Quella domenica, dunque, anche quando entrai nella sala, fui singolarmente colpito da un gruppo di giovani, attentissimi a seguire la spiegazione di quella che sembrava essere la loro guida. Mi avvicinai piano piano, facendomi strada tra i visitatori, e nell’insolito silenzio sentii una voce che spiegava con padronanza di linguaggio le opere esposte, dimostrando di essere un vero esperto d’arte e un fine conoscitore della vita del maestro di Bagheria. Ascoltai e seguii quella voce sommessa per tutta la visita fino alla fine, poi girandomi verso il docente che salutava i suoi allievi, giunti per quella lezione da Empoli, allungai la mano per salutarlo. Ci presentammo, ebbi i complimenti per la bella mostra, e tentai di onorare la loro presenza offrendomi di raccontare ai ragazzi, in chiusura, la storia di un disegno molto particolare e curioso. Quello fu il momento in cui conobbi da Assessore il maestro Sergio Nardoni, di cui avevo sentito molto parlare e di cui avevo ammirato più volte i lavori, senza però averlo mai incontrato. Pochi giorni dopo ero gi  nel suo studio, da lui gentilmente invitato, e potei così sentire in me il penetrante profumo della pittura ad olio, ammirare dal vivo le sue tele, tante e di vario genere: sì perché la sua pittura spazia dal classicismo a opere dagli accenti concettuali, tra ritratti, strumenti musicali coronati da delicati panneggi, e poi acrobati, ballerine e maschere, paesaggi, e molto, molto altro ancora... Nel 2011 scrivemmo insieme il progetto per una mostra alla Sala delle Colonne di Pontassieve, per i 150 anni dell’Unit  d’Italia, realizzata dal Nardoni con una serie di opere destinate sicuramente a lasciare il segno nella storia, dove persino io appaio tra decine di personaggi e bandiere al vento, nel dipinto che racconta la battaglia del Pontassieve.

Con il Maestro Nardoni nasceva e si consolidava così una solida e duratura collaborazione, al punto che gli commissionai le Storie di Santi in Palazzo Sansoni Trombetta, per l’attuale sede del Palazzo Comunale di Pontassieve, che l’artista realizzò in due grandi lunette con i Santi Protettori della Citt , San Michele Arcangelo e San Giovanni Gualberto, collocati lungo lo scalone del piano nobile all’ingresso della Sala del Consiglio Comunale. Fu un lavoro lungo ma davvero bello, celebrato anche da una partecipata festa popolare, e sono davvero orgoglioso che di questi due dipinti, in questa esposizione, siano ancora osservabili i bozzetti originali. Nei mesi scorsi il cavalletto italiano di Nardoni è volato addirittura in Cina, a Pechino, dove oramai da quattro anni è accolto a braccia aperte da operatori artistici e ammiratori, e dove ancora insieme abbiamo portato un pezzo di cultura nostrana con la grande Capriccio Italiano, organizzata in collaborazione con l’Ambasciata d’Italia in Cina. Nardoni,con ormai più di quaranta anni di storia pittorica da raccontare, festeggiati in molte occasioni e in particolare nella grande Mostra Antologica del Museo Archeologico di Fiesole, ci conduce oggi sino al centro dell’Accademia delle Arti e del Disegno di Firenze, la più antica Accademia del mondo, fondata da Giorgio Vasari e istituita nel 1563 da Cosimo I dei Medici, dove lui stesso ha studiato e incontrato, molti personalmente, i più grandi artisti dell’Ottocento e del Novecento, da Fattori a Carena, da Annigoni a Bueno. Ecco perché oggi è giunto per il Maestro un giorno importante, quasi il coronamento di un sogno, che lo vede esporre in questo luogo dove la cultura e l’arte hanno lasciato un segno indelebile, in questa citt  dove ancora la storia si scrive con artisti che, come Nardoni, alla cultura e all’arte, hanno dedicato la loro intera vita. La nostra collaborazione è così continuata negli anni con professionalit  e amicizia, e ora, che Nardoni si trova alla vigilia questo storico appuntamento, ha chiamato proprio me per curare e organizzare questa mostra importante! Ne sono orgoglioso e commosso. Sar  una grande esposizione, con opere importanti, attentamente scelte e provenienti da collezioni sparse in tutta Italia e non solo, tele incantevoli e straordinarie che meritano pienamente di essere presentate in un luogo altrettanto incantevole e straordinario come l’Accademia.

 

 
 
 
NARDONI:
VECCHI MITI, NUOVI RITI
 Cristina Acidini

Quando nel 1997 mi risolsi a divenire committente d’un mio ritratto, per scegliere un pittore tra i molti possibili in una Firenze che non ha mai abbandonato il figurativo, né ha lasciato che s’insabbiassero i sentieri della ritrattistica di matrice rinascimentale  chiesi consiglio all’amico Walter Bellini, il perspicace e valente gallerista di Ken’s, che al suo abituale impegno aggiungeva in quegli anni l’ulteriore sforzo di contribuire alla rinascita di via Lambertesca, un’intera strada duramente colpita di grande dall’attentato del Georgofili nel 1993 e a lungo penalizzata dalla ricostruzione. La mostra di Sergio Nardoni, da Ken’s proprio in quell’anno, fu d’ispirazione nel consiglio, che seguii, di rivolgermi a lui. Sull’altra sponda dell’Arno in quel tempo si teneva una mostra memorabile al Museo degli Argenti, La magnificenza dei Medici, che a distanza di più di tre lustri rilanciava i temi delle mostre medicee del 1980, presentando attraverso opere d’arte e stupendi oggetti la passione della corte fiorentina del Cinquecento per i materiali pregiati, le tecniche sapienti e l’estetica raffinata. Sergio Nardoni volle visitare la mostra con me, ammirando, commentando pezzo per pezzo, godendo del magistrale allestimento di Pier Luigi Pizzi. Alla fine della mostra mi disse come avrebbe voluto impaginare il mio ritratto: a mezza figura contro il rilievo di Simone Mosca detto il Moschino, con la Caduta di Fetonte ispirata a un disegno di Michelangelo. Il carro dell’ardito auriga folgorato si sconquassa e cade giù dal cielo, i cavalli precipitano, il fiume Eridano attende impassibile di accogliere tanta rovina nelle sue acque. Gli chiesi perché avesse scelto proprio quel drammatico rilievo di provenienza berlinese, a preferenza di tanti capolavori più sofisticati o preziosi, stanziali nei musei fiorentini. Perché, mi rispose, era così che voleva vedermi: serena, mentre tutt’intorno crolla il mondo. Da allora il ritratto di Nardoni accompagna la mia vita e quella della mia famiglia. Il rilievo, evocato da pastose sfumature sullo sfondo, continua a ricordare l’antico disastro e a simboleggiare tutti quelli via via accaduti, restando come ci si aspetta dalle opere d’arte eguale a se stesso e anche per questo rassicurante. Ma io non immaginavo di essere nel frattempo entrata in una comunità, vasta e in continua crescita, quella dei personaggi dell’universo figurativo di Sergio Nardoni: personaggi reali e immaginari, personaggi reali che svolgono ruoli immaginari, personaggi immaginari che entrano nelle vite di quelli reali, in reciproci rispecchiamenti senza fine. E così mi è accaduto di ritrovarmi, piccola comparsa tra circensi e garibaldini in un grande avvenimento, nell’episodio fantastico (ma su un ponte vero e mediceo) che Nardoni creò per  la mostra nella Sala delle Colonne a Pontassieve: Dalla Battaglia del Ponte dell’Ammiraglio di Guttuso per i 100 anni dell’Unità d’Italia alla battaglia di Pontassieve per i 150 anni. Un quadro di massa, che rievoca le cronache di epiche trasferte di maestose ancone dipinte, verso venerate chiese medievali: l’autentico fulcro d’una intensa mostra monografica, entro la brillante serie delle iniziative espositive curate da Alessandro Sarti nel Palazzo Comunale. Forse si finisce, se ritratti da Nardoni, per appartenergli e per agire nelle sue nuove storie, asserviti a una magia buona che moltiplica situazioni e immagini. Certo è che in quel suo mondo affollato, Nardoni non lascia indietro nessuno, anzi porta con sé un intero popolo, di cui la sua arte – nel disegno, nella pittura, nella terza dimensione – di volta in volta convoca scelte rappresentanze. Nel viaggio della sua vita d’artista, accompagnata dalla fantasia creatrice e da un solido mestiere, Nardoni, come un novello Noè, imbarca creature d’ogni provenienza ed estrazione, che non abbandona mai, ma che anzi accompagna, sorveglia, valorizza con la medesima premura, che siano amici di lungo corso o ultimi arrivi appena imbarcati, per salvare tutti dal naufragio in quel diluvio impietoso che è la dimenticanza. Amorevole con le sue creature di carta e di pittura come quel padre, da lui ritratto, che non si stanca di condurre su un barroccio d’altri tempi la famiglia bisognosa della sua presenza e del suo soccorso, sullo sfondo, forse non per caso, d’una piazza Santa Croce lustra per una gran pioggia, che rinnova la memoria dell’apocalisse d’acqua e di fango di mezzo secolo fa. E per tenere tutti i suoi personaggi a turno, in scena, il nostro pittore-patriarca diviene impresario teatrale e allestisce quadri viventi che devono non poca parte del loro fascino all’improbabilità delle situazioni e delle compresenze. “Anacronistico pop”, secondo la definizione felicemente coniata da Giovanni Faccenda, è la sigla distintiva del suo immaginario, che in ragione della sua ampia e diversificata cultura – acquisita negli studi accademici e universitari nonché instancabilmente accresciuta per via - spazia tra le epoche e le civiltà. Amazzoni, dioscuri e minotauri rapiti alla mitologia greco-romana, troupe di circensi, maschere della commedia dell’arte, tribù urbane di un’annoiata jeunesse dorée, aristocratici blasonati, maestri veri, maestri immaginari, colleghi e modelle, amici mai conosciuti, famiglie e persone si contendono l’attenzione di Nardoni, e non da soli: perché ad occupare la scena nei suoi quadri si fanno avanti anche i grandi artisti e le grandi opere d’arte, i grandi attori del cinema e i grandi pubblici di ammiratori. Si è scritto che nella sua attività ormai quarantennale Nardoni ha ricercato instancabilmente la bellezza. Non desta meraviglia che l’abbia cercata: e neanche che l’abbia trovata e portata all’interno della sua creazione artistica, dal disegno all’opera finita. Questo ci si aspetta da un artista nato a Firenze, che dalla città stessa – ritratta infinite volte in bagni di luce d’oro pallido, che ne alleggeriscono il costruito fitto e pietroso – ha mutuato i ritmi e le proporzioni, il rigore prospettico, la tavolozza ricca ma controllata. Le vie all’arte cui, o hanno indirizzato i suoi maestri nell’Accademia di Belle Arti possono esser state divaricate e perfino contraddittorie, se si pensa al classicismo severo di Felice Carena (accostato postumamente attraverso Mariuccia), alla forma bloccata e perspicua di Antonio Bueno, alla decostruzione di marca espressionista di Silvio Loffredo. E’ toccato a Nardoni elaborare la propria sintesi tra quegli insegnamenti comunque alti, nonché praticare strenuamente il Disegno con la D maiuscola, sino a forgiare una propria “maniera” esclusiva e originale, che nel tesaurizzare ogni risorsa del figurativo – fiaccola che non ha mai conosciuto il moggio, nella città e nella cerchia di Pietro Annigoni – accoglie vibrazioni libertarie nella pennellata policroma, se non addirittura iridata. Negli anni, l’avvicinamento all’arte dell’Estremo Oriente, giapponese e soprattutto cinese, ha aggiunto altri registri alla tastiera figurativa di Nardoni e nuovi timbri alla sua tavolozza, a partire dalle vivide gamme del rosso lacca e del fucsia. La bellezza tuttavia, qualsiasi cosa s’intenda con questa parola elusiva e abusata, non la crederei tanto un fine di Nardoni, quanto piuttosto un mezzo, uno dei tanti che sono a sua disposizione; un sapido ingrediente della ricetta, una categoria nobile, nella quale tuttavia è ben lungi dall’esaurirsi la capacità demiurgica di questo artista. Creatore di mondi, appunto come l’antico demiurgo della filosofia platonica. Mondi in cui uno stadio d’architettura e d’impiantistica avanzatissime – quello di Pechino - è trasfigurato in un enorme oggetto di origine naturale, un nido costruito da ingegnose rondini muratrici, spiaggiato da una marea misteriosa per la gioia dei ragazzini che lo scoprono, sotto lo sguardo d’entusiastica approvazione di due centaure, evase dal comune passato mediterraneo per testimoniare la continuità d’azione dello homo faber nella storia del mondo. Forse proprio dalle immagini del mito, viste e riviste nelle arti degli antichi e dei moderni fino a saturarne la memoria e la fantasia, provengono i gesti eccessivi e gli slanci falcati di certe donne di Nardoni: menadi sobrie, furie redente, centaure addomesticate che mettono la loro vitalità potenzialmente feroce al servizio d’innocue acrobazie. Totem viventi, piramidi umane in equilibrio ardito e transitorio più di castelli di carte, ecco talune delle concrezioni umane che Nardoni ama comporre, apparentemente rapide a farsi e pronte a disfarsi, come i pinnacoli di sabbia sgocciolata appartenenti ai passatempi infantili sulla battigia. Sotto questa facilità esteriore si percepisce, a ben guardare, la tensione continua verso il superamento di sfide che l’artista propone a se stesso, verso vittorie su difficoltà create ad arte per sondare i propri limiti. Perché l’inverosimiglianza delle situazioni puramente simboliche (adorazioni tribali? scenografie viventi? esercizi acrobatici?) non esime il pittore dal rendere l’illusione credibile con il governo attento delle anatomie, delle pose, delle prese. L’effetto è ogni volta d’un’invenzione portata all’estremo, sulla soglia dell’insostenibile e al limite del crollo, così da fare di ogni quadro il magico fissaggio del transeunte e del precario. Anche le variazioni atmosferiche collaborano alla mutevolezza delle luci e degli umori. Cieli perlacei, tramonti corruschi, sistemi nuvolosi da burrasca: e perfino un arcobaleno, come nel quadro omonimo, diviene un evento che attira gli sguardi e suscita stupore, più sorprendente delle folle oniriche incombenti su talune dormienti inquiete e visionarie. Al capo opposto, sul versante dell’immobilità durevole, sono i quadri di natura morta. Ricordo d‘aver visto un castissimo quadretto, Agli, degli anni 70, in cui l’incerto biancore del soggetto umile e feriale si faceva strada in un’oscurità prepotente, d’un caravaggismo atemporale. E ritrovo invece negli anni lo sviluppo di gremite composizioni, stabili eppure mosse in superficie dalla luminosità indiretta e trascorrente, che hanno tra i precedenti le sontuose ostensioni di strumenti e di oggetti di un Baschenis o di un Munari, ma anche le riflessive visioni neorinascimentali di oggetti torniti e levigati da sapienti velature, dipinte dai Bueno nel primo dopoguerra. Nella Sassifraga che dà metà del titolo ad un olio su tela qui esposto (2003) vedo anche un omaggio a Enzo Faraoni, che di quella pianta tenace e senza pretese, che si adatta al terreno arido e ombroso dei giardini poveri di periferia, fece un simbolo personale di resilienza morale. Un “genere” quasi autonomo, tra le situazioni dipinte da Nardoni al confine tra il ricordo e il sogno, è quello degli studi artistici frequentati da pittori, presenti attraverso loro opere celebri o in persona, contornati di modelle che si adeguano – con effetto amabilmente ironico – allo stile del maestro: floride bellezze attorno ad Annigoni e, più ancora, una stilizzata violinista in “stile Bueno” accanto ad Antonio Bueno. Nell’Autoritratto con Meli, Doni, Falconi e Cacciarini, dalla neutralità dello studio semivuoto affiora uno schema compositivo che ha in sé qualcosa di un prototipo illustre: la Flagellazione d’Urbino di Piero della Francesca, quadro bipartito da una colonna (qui, da un rotolo di carta appoggiato al muro in posizione centrale), con due gruppi di personaggi distinti, dei quali i tre a destra immersi in un incontro misterioso tra scambi di sguardi e di silenzi. Sembra tornare a Piero, ma in questo caso alla tematica squisitamente rinascimentale dei “corpi regolari”, una delle ultime linee espressive intraprese da Nardoni, che vede protagonisti i solidi geometrici basilari: la sfera, il cubo, il cono. Già sporadicamente scultore, Nardoni si è cimentato con la terza dimensione nella piramide La profondità in superficie di Tavarnelle Val di Pesa (2008), rivestita di vividi mosaici che propongono preziosi effetti pittorici. E ha affrontato una pagina figurativa ricca e complessa nel bassorilievo Le sirene (2010), in cui la bicromia bianco-azzurra riprende l’effetto dell’antica tecnica robbiana. Dall’ingresso confidente e autorevole nella terza dimensione di Nardoni riceviamo sculture a sostegno di una pittura potenziata e accresciuta, che si avvale di un nuovo dialogo con lo spazio, immersa nella luce di oggi e di domani. Sulle superfici di tre solidi geometrici perfetti, le scene dedicate ai cicli e alle attività più nobili dell'uomo si dispiegano nitide ma non tutte visibili contemporaneamente nella loro totalità, così da invitare l'osservatore a girare intorno a ognuno per cogliere la visione d'insieme e per tornare poi sui suoi passi, a riguardare fino all'ultimo dettaglio. Al Cubo, il più semplice e fondamentale dei solidi platonici, Nardoni affida il compito di aprire la grande avventura di ogni vita individuale, dal concepimento nell'amore in avanti. La pienezza delle forme, rese perspicue da una luce che non nasconde niente, suggerisce stagioni di pienezza feconda. Il Cono ci introduce alla costruzione dell'ambiente antropizzato – nel bene e nel male, è il mònito di Nardoni nel titolo –, dove la fitta gabbia dei ponteggi e delle scale nel chiaro lume mattinale dà tuttavia agio a colorate e coraggiose fanciulle di cimentarsi in volteggi acrobatici: metafora, forse, delle farfalle del nostro pensiero, capaci di librarsi ad altezze vertiginose e di posarsi sui duri schemi dell'esistenza con eleganza leggera. Nella Sfera, simbolo della regolarità assoluta che tende alla perfezione divina e spesso la rappresenta, la creatività nobile della musica occupa il primo piano con una esecuzione orchestrale dall'ampio impaginato. Dietro, però, una visione pittorica lietamente mitologica – sipario, arazzo o fondale che sia – dà spazio a quell'arte figurativa così eloquente nel suo silenzio, della quale Nardoni è stato ed è alfiere convinto attraverso tutte le metamorfosi dell'arte nel XX e del XXI secolo.

Sergio Nardoni, Ritratto della Soprintendente Cristina Acidini

 

Sergio Nardoni, Dalla battaglia del Ponte dell’Ammiraglio di Guttuso per i 100 anni dell’Unità d’Italia alla battaglia di Pontassieve di Nardoni per i 150 anni

 

Sergio Nardoni, Storia di una vita

 

Sergio Nardoni, In posa per Carena

 

Sergio Nardoni, Antonella e Mattia

 

Sergio Nardoni, Butterfly

 

Sergio Nardoni, Agli

 

Sergio Nardoni, Sassifraga e altri strumenti

 

Sergio Nardoni, Una modella per Bueno

 

Sergio Nardoni, La sindrome di Annigoni

 

 
 
 

Sergio Nardoni, Amici in posa -
 Autoritratto con R. Meli,
 L. Doni, W. Falconi, G. Cacciarini
Sergio Nardoni,
La profondità in superficie

Sergio Nardoni, Ulisse e le sirene

 

 

 
 
PRESENTE REMOTO
. L’ANACRONISMO POP DI SERGIO NARDONI
 Giovanni Faccenda
  La felicità che ogni uomo ricerca, che ogni uomo vuole avvicinare, vuole possedere, è istintivamente legata nel suo pensiero ad una natura ideale. La visione delle felicità è come circondata da paesaggi belli e fantastici e l’uomo contempla queste immagini velate, imprecise come dei sogni; contempla in silenzio e come di nascosto, queste immagini che somigliano così poco alla realtà (…)”
Giorgio de Chirico, Paesaggi,
in “L’illustrazione Italiana”, Milano, 5 luglio 1942.
 
I n quel lembo di terra sospeso a ridosso della più nobile campagna toscana, incastonata come un prezioso diamante fra le terre di Firenze e Siena, da tempo la pittura di Sergio Nardoni va consolidando alcuni suoi caratteri peculiari. Diretto discendente di un Novecento che insiste, con qualche raro e valoroso esempio come il suo, nei giorni a noi più prossimi, questo artista colto e raffinato continua ad associare con sapiente filosofia il suo amore per il Museo all’attenzione che, indomito, egli rivolge alla civiltà contemporanea. Ne consegue un complesso armonico in cui la memoria dei maestri primitivi e rinascimentali rafforza alle fondamenta della ricercata architettura ove molteplici desinenze pop ci riportano a miti più effimeri di quelli passati, a icone divenute tali per un’umanità grandemente impoverita sotto il profilo culturale e spirituale. Ora, a voler proprio sintetizzare con un’algida etichetta questo genere espressivo che incarna molteplici e composite suggestioni proprie del sapere e dell’immaginazione, potremmo definire anacronismo pop, appunto, una maniera – da intendere naturalmente questo termine nel suo senso etimologico più alto – capace di attualizzare, con grande acutezza, imperiture lezioni passate, rivisitate da Nardoni con l’occhio di chi, nel cuore conserva intatta devozione per Simone Martini, Duccio di Buoninsegna, Masaccio e Piero della Francesca, senza tuttavia disdegnare le nuove prospettive iconografiche offerte da Andy Warhol e Mario Schifano. Se prendiamo, ad esempio, il ciclo che l’artista fiorentino ha dedicato al cinema ci è dato istantaneamente di riconoscere come un’immagine trasformatasi in stereotipo collettivo (il volto sorridente di Marilyn in Niagara, quello accigliato di Russel Crowe ne Il Gladiatore o il mozzicone di sigaro portato alla bocca dall’eterno Clint Eastwood) diventi, con sagace automatismo, pretesto di pittura e di racconto, un racconto in cui il ricorso alla citazione egregiamente dissimula un ricercato compendio allegorico.
 

Sergio Nardoni, Niagara

 

Sergio Nardoni, Il gladiatore

 

Sergio Nardoni, Amarcord, Fellini

 

In questa parabola incisiva, i consueti personaggi che animano le scene dipinte da Nardoni (Arlecchini, suonatori, danzatrici e maschere), interagendo in modo virtuale con la più famosa apparenza di matrice cinematografica, rinvigoriscono l’aspirazione evocativa in seno al sogno e all’illusione. Ed ecco che, come in un quadro di Magritte, il transatlantico illuminato di Amarcord sembra piuttosto salpare verso il mare con cui l’artista ha costruito e reso più enigmatico il fondale del suo dipinto, nella singolare dicotomia finzione/realtà rappresentata dai gesti festanti del gruppo di comparse sullo schermo in antitesi all’apparente tristezza che esibisce lo sparuto gruppo di figure radunatesi sulla spiaggia, in primo piano. Spiaggia e mare, con la consueta accezione metafisica che ebbe a indicarci Giorgio de Chirico – forse il primo e certo il più grande “anacronista pop” del Novecento – ricorrono, paradigmatici, in alcune opere in cui il mito appare generato dal sogno (Piccolo sogno, Il sonno di Arianna, Il ratto d’Europa). Attraverso un’evoluzione longitudinale dei piani pittorici (giovane dormiente/spiaggia/mare/sogno-mito), Nardoni dà consistenza a una rivelazione subcosciente, apertamente surreale, nella quale si inseriscono, come relitti di una realtà che sembra salvarsi soltanto nella vagheggiata dimensione di un’infanzia mitica, due minuscole figurine solitarie impegnate a costruire un castello di sabbia: riferimento ordinario e popolare, questo, nella stagione di maggiore spensieratezza. All’opposto, il mare – imperscrutabile come lo specchio d’acqua che accolse la partenza degli Argonauti –, ecco invece porsi quale oscuro diaframma fra visibile e invisibile, simbolo e archetipo, idea di viaggi veri e virtuali. Quelli che Nardoni, attraverso la pittura, compie nelle maggiori capitali europee o in luoghi che appartengono come favole, al mondo dei desideri e dei sogni: Firenze, Venezia, Torino… Di fatto, quanto egli ci mostra di queste città, come di Roma o Parigi (altre tappe dell’odissea dechirichiana…), nulla ha a che vedere con l’immagine stereotipata della cartolina: come fosse sigillata in una condizione atemporale, la veduta immediatamente si trasforma in visione, simile a una ribalta foriera di apparizioni magiche. Gli innamorati che sognano l’eternità al cospetto di piazza San Marco o della Torre Eiffel resistono come personificazione enunciativa di valori immutabili nel tempo; fra questi anche la pittura che, nel silenzio supremo interno a certi palazzi rinascimentali fiorentini (il pittore e le modelle) come di fronte alla monumentale presenza di Castel Sant’Angelo (Dipingere Roma) o Tower Bridge (Viaggio a Londra), rinsalda la sua dimensione imperitura. L’artificio di dipingere un luogo conosciuto, all’interno di un’immagine in cui la realtà sembra come manipolata da un incantesimo o da una potente metamorfosi, era già stato attuato da de Chirico nella sua aristocratica stagione metafisica (1910-1918), basti pensare alla trasfigurazione di uno scorcio di piazza Santa Croce, simbolo di
 
Nardoni, Piccolo sogno
Nardoni, Il sonno di Arianna
Nardoni, Il ratto di Europa
Nardoni, Il pittore
e le modelle
 

Firenze, in Enigma di un pomeriggio d’autunno (1910) o del Castello Estense, emblema di Ferrara, nelle Muse inquietanti (1916). Con analoga volontà concettuale, ma con differente intento espressivo, Nardoni adotta alcune ribalte urbane che appartengono all’immaginario collettivo nella stessa misura e intensità del volto di Marilyn Monroe e Clint Eastwood, del castello di sabbia come della Donna di fiori nel mazzo di carte: ulteriore escursione simbolica, questa del mondo del gioco, di un pittore che mostra coraggio e senza reticenza radici che affondano in aureo passato e appendici, invece, che toccano la contemporaneità nei suoi miti più popolari, nelle sue consuetudini, forse, meno plausibili. Così, nel divenire pregiato di un racconto pittorico in cui tutti si riconoscono – eruditi e incolti –, l’anacronismo pop di Nardoni arriva a guadagnare una singolarità capace di attestare l’impegno di questa pittura come uno fra i maggiori e più severi esempi del nostro tempo.

Sergio Nardoni, Dipingere Roma
Sergio Nardoni, Viaggio a Londra
Sergio Nardoni, Donna di fiori

 

CATALOGO
Dipinti
         
Picture 2
Amici in posa
Autoritratto con R. Meli, L. Doni,
W. Falconi, G. Cacciarini
olio su tela, cm 132x118
Picture 2
La finestra olio su tela, cm 92x63
Picture 2
Autoritratto del pittore da giovane
olio su tela, cm 85x80
     
Picture 2
Due amiche olio su tela, cm 100x80
Picture 2
Dialoghi neoclassici olio su tela, cm 100x80
Picture 2
Roberta con la sua gattina olio su tela, cm 90x80
     
Picture 2
Studio a Santo Spirito
olio su tela, cm 160x120
Picture 2 
Fiori secchi e conchiglie
olio su tela, cm 50x50
Picture 2 
Studio e modella in jeans
olio su tela, cm 132x118
     
Picture 2
Tavolo da lavoro olio su tela, cm 50x70
Picture 2
San Lorenzo olio su tela, cm 40x60
Picture 2
Santo Spirito olio su tavola, diam. cm 60
     
Picture 2
Natura morta
con studio anatomico e bozzetto dangelo
 olio su tela, cm 100x100
Picture 2
Ritratto della Soprintendente Cristina Acidini
olio su tela, cm 60x50
Picture 2
La scuola dei sogni,
olio su tela, cm 120x120
     
Picture 2
Ritratto di famiglia
olio su tela, cm 120x100
Picture 2 
Trittico dellAnnunciazione
olio su tavola, cm 55x182
Picture 2
Trittico dellAnnunciazione
olio su tavola, cm 55x182
     
Picture 2
Trittico dellAnnunciazione
olio su tavola, cm 55x182
Picture 2
Trittico dellAnnunciazione
olio su tavola, cm 55x182
Picture 2
Sassifraga e altri strumenti
olio su tela, cm 50x50
     
Picture 2
Giubilo
olio su tela, cm 70x70
Collezione privata
Maurizio Damiani
Monteforte DAlpone (VR)
Picture 2
Danza impossibile
olio su tela, cm 100x100
Collezione privata Lucia Fortini
Picture 2
itratto di Melina
olio su tela, cm 60x50
Collezione privata
     
Picture 2
Annunziata olio su tela, cm 30x30
Picture 2
Angelo Annunciante olio su tela, cm 30x30
Picture 2
Ritratto di Pietro Annigoni
olio su tela, cm 40x30
Collezione privata
Simona Bosoni e Giorgio Pinzello
     
Picture 2
Il campione
 Ritratto di Fausto Coppi
olio su tela, cm 50x40
Collezione privata
Simona Bosoni e Giorgio Pinzello
Picture 2
Concertino per Venezia
 olio su tela, cm 70x70
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Pulcinella a Venezia
olio su tela, cm 50x40
Collezione privata
Simona Bosoni e Giorgio Pinze
     
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Nello studio di Mod
olio su tela, cm 100x100
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Concertino per Bueno
olio su tela, cm 100x100
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Disegnare Milano
 olio su tela, cm 30x30
     
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Modella con Firenze in fondo
olio su tela, cm 30x30
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In posa per Carena
olio su tela, cm 50x60
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Pittura acrobatica
olio su tela, cm 130x110
     
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La rosa tatuata olio su tela, cm 50x700
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Marilyn olio su tela, cm 50x50
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Bellissima olio su tela, cm 50x70
     
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Storia di una vita
olio su tela, cm 100x90
Collezione privata
Renzo Fancelli
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Amarcord, Fellini olio su tela, cm 80x100
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Studio per San Giovanni Gualberto
protettore di Ponteassieve
bozzetto olio su cartone, cm 32x30
     
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Studio per San Michele Arcangelo
 protettore di Pontassieve
 olio su cartone, cm 32x30
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Fellinis Casanova olio su tela, cm 50x50
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Dalla battaglia del Ponte dellAmmiraglio
di Guttuso per i 100 anni dellUnit dItalia
alla battaglia di Pontassieve di Nardoni
per i 150 anni, olio su tela, cm 100x120
     
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Visita a Pompei olio su tela, cm 130x120
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Nido duccello olio su tela, cm 100x120
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Pazze per Clint olio su tela, cm 80x60
     
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Butterfly olio su tela, cm 140x120
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Ratto di Europa olio su tela, cm 140x110

                                                 

 
CATALOGO
Disegni

 

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Ritratto di Gianni Cacciarini
disegno su carta, cm 100x70
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Studio per Amici in posa
disegno su carta, cm 100x70
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Pinocchio
disegno su carta, cm 100x70
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Antonella e Mattia
 disegno su carta, cm 100x70
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Clara
disegno su carta, cm 100x70
Collezione Antico Fattore Firenze
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Maternit
disegno su carta, cm 100x70
Collezione Antico Fattore Firenze