La bibliografia di Nardoni comincia ad essere rilevante, si contano infatti più di 25 edizioni monografiche oltre ad almeno 200 tra pubblicazioni su quotidiani, riviste e cataloghi non monografici. In questa pagina una selezione di opere  tratta da questi volumi narra l'evoluzione iconografica del Maestro dagli esordi fino alle opere più recenti.

Il tempo e' un fiume, e i miei quadri sono barche leggere, che un giorno, spero, giungano al mare
 

 

Sergio NardonI  di Tommaso Paloscia

Credo che la prima rappresentazione esatta della pittura di Nardoni l’abbia scritta il compianto Pier Carlo Santini il quale ne aveva afferrato tutto il carattere definendola lenta e stratificata, calcolatissima e misurata pervasa da una luce cristallina e intensa che pone in risalto le forme e i dettagli, proietta ombre allungate, esalta contorni, riflessi trasparenti….: una radiografia e nello stesso tempo una interpretazione dei risultati conseguiti da un modo di dipingere personalissimo che l’artista medesimo spiega come una sorta di appropriazione necessaria delle cose, dell’ambiente, dell’atmosfera, delle persone racchiuse nell’ambito del suo sguardo impegnato nella totale conoscenza di quanto egli si propone di ritrarre. Il disegno, pertanto, diventa automaticamente lo strumento essenziale di quella operazione.

 

 

 Ed è anche fatale che lo sia perché è scritto nell’anima del pittore sin da quando ha avvertito le prime avvisaglie di essere posseduto dalla vocazione di riproporre in immagini verosimili la realtà che lo circondava. Ma il realismo di Nardoni non è semplice a definirsi perché esula dalle etichette usualmente attribuite a qualsiasi artista che dipinga ispirandosi al mondo sensibile. Secondo Pier Francesco Listri è “un realismo travestito dalla poesia allusiva delle maschere (uomini, manichini)” in cui la figura umana “bagnata di una luce felice e astratta, da set cinematografico, campeggia nelle vesti di surreali angeli del quotidiano, di adolescenti chitarristi in maglietta, accomunati nella felicità di una pittura di supremo valore manieristico”.

Nardoni naviga nella sua personale visione della realtà alla maniera in cui un poeta recita i suoi versi riferiti alle persone a lui care, ai luoghi che ne hanno cullato magari l’infanzia: sono reali punti di riferimento, inequivocabili per l’idea che egli se ne è fatta nella mente e nel cuore, ma tutti da leggere con particolare attenzione per afferrarne i significati e i valori assunti dalla rappresentazione poetica. Talvolta, infatti, quell’amore per il mondo visibile recepisce gli stimoli di una fantasia che, se stimolata, riesce a fornire immagini stupende in quanto intessute fra i due modi che Nardoni accoglie nel suo concetto di realismo: si tratta di lente acquisizioni mentali suggerite dall’abbandono, nei momenti di relax nel suo studio, in cui gli è concesso di sognare a occhi aperti mondi lontani che non visiterà mai.

(Tommaso Paloscia, Autoritratto di Mario Monicelli, Ed. Polistampa, Firenze, 2002)

DARIO OLIVI INTERVISTA SERGIO NARDONI PER L’EMITTENTE TELEVISIVA
PADOVANA “LA 9”  Madonna di Campiglio, Galleria Orler, 29 luglio 2003

Incontriamo Sergio Nardoni in questa meravigliosa cornice di Madonna di Campiglio, al quale rivolgiamo qualche domanda, insolita, crediamo.

Caro Sergio, vorrei che tu ci dicessi come iniziò. Come è andata la prima volta.

È una lunga storia, che coincide, praticamente, con la storia di tutta la mia vita. Fin dal tempo di cui riesco ad aver memoria mi ricordo, bambino piccolissimo, intento a giocare con i disegni e con i colori, per giornate intere. Ricordo sempre della mamma, che mi regalò il mio primo cavalletto e per far bella figura, ogni volta che avevamo un ospite mi esibiva orgogliosa, chiedendomi di disegnare o di fare un quadretto che poi, immancabilmente, regalava al parente o all’amico che era venuto a trovarci Ancora oggi, quando vado a visitare qualcuno di questi, arrossisco nel vedere appese alle pareti queste prove haimé ancora molto acerbe. Ma la prima volta, nel senso del primo quadro dipinto, è stato con la mia maestra elementare, pittrice dilettante, che vedendo, diceva, in me delle qualità e un talento particolare per il disegno, mi invitò una domenica, e poi per molte altre, a casa sua, dove aveva cavalletto, tele e tutto l’occorrente per la pittura ad olio. Praticamente un piccolo atelier. Così all’età di sei-sette anni ho dipinto il mio primo quadro ad olio, un viale alberato ricordo, dove, diceva lei, c’era già il senso della prospettiva. E poi avanti, in mezzo a quel disordine che ha caratterizzato almeno i miei primi venticinque anni di vita, in mezzo a mille mestieri, a tante delusioni e a molte speranze. Con gli studi più classici che si possano immaginare per un artista, però. Liceo Artistico, Accademia di Belle Arti e poi, non contento, l’Istituto di Storia dell’Arte dell’Università. Poi l’insegnamento. Prima nella Scuola media poi all’Università americana di Firenze. Ma anche questo rubava troppo spazio al mio sogno, diciamo così, che era quello di vivere dei quadri che dipingevo. Quindi ho lasciato anche la scuola per lasciarmi travolgere completamente da questo grande gioco, da questa meravigliosa avventura che è la pittura. Così da quel primo quadro a sette anni ad ora che di anni ne ho cinquantacinque, pensa un po’ quanti quadri quadri ci corrono. Fra i temi e i soggetti da te proposti troviamo spesso teatranti, solitamente giovani persone, saltimbanchi e acrobati, musicanti, ma spesso e volentieri nella natura morta, se così si può chiamare, troviamo questo assemblaggio di strumenti musicali, la chitarra, un sax, il clarinetto, una tromba. Ora io so del tuo amore per la musica, tra l’altro abbiamo anche una passione in comune, la grande cantante Billy Holiday, quindi ti chiedo: - qual è il tuo rapporto con la musica? Ma, vedi, il mio rapporto con la musica è un rapporto, per così dire, fallimentare. Si perché in realtà io sono un musicista mancato. Fra i mille mestieri che ho fatto e di cui prima ho accennato, c’è stato anche quello di musicista. Vent’anni, lunghi capelli, camicia a fiori, pantaloni a righe, naturalmente era più la scena che la musica. Ero, come si diceva allora, la lead-guitar di un beat-group, e, anche se non ero un gran che e suonavo malissimo, mi sono guadagnato da vivere anche in questo modo. E, con questo desiderio insoddisfatto, l’unica cosa che potevo fare con la musica, grazie al regalo, completamente gratuito, che mi è toccato, era di raccontarla. E l’ho raccontata con i quadri. E non tanto nei dipinti dove si raffigurano strumenti musicali o dove si vedono dei musicanti, quanto proprio nella composizione, che ha lo stesso principio della composizione musicale. Insomma cerco di inserire nei miei quadri un’ondata di musicalità dove tutti gli elementi, come le note di una sinfonia, si compenetrano e si uniscono e danno vita a questa bellezza, a questa che è una vera e propria compagna di strada per la nostra vita: la musica, appunto. Mi hai quasi rubato un termine, tanto è vero che stavo dicendo che i tuoi quadri hanno una loro sinfonia, sono proprio dei quadri sinfonici. Ora, guardando attentamente una delle tue opere, ci troviamo davanti all’artista forse più realista dei nostri tempi, della nostra contemporaneità. Quindi la domanda che ti voglio fare è questa: - hai mai dipinto un quadro astratto, lo dipingerai casomai in futuro? Guarda, io quadri “astratti” li dipingo tutti i giorni. Potrebbe sembrare un paradosso, una provocazione, ma io i miei quadri li ritengo astratti. O meglio mi servo di elementi reali, di elementi tratti dalla realtà, per ottenere un risultato astratto. Io penso che più che quei personaggi, più che quegli oggetti, quelle stanze, quelle finestre che dipingo, il vero soggetto sia la luce che quegli oggetti illumina, sia l’aria che in quelle stanze circola. E cosa c’è di più astratto di questo? Anche nei soggetti dove i personaggi per così dire, sembrano veri, cerco di compiere una vera e propria trasfigurazione, cerco di costruire un ponte che parte dalla realtà per arrivare però ad un risultato completamente fantastico, inventato, formato essenzialmente dalle emozioni, dalle gioie e dai dolori, dalle speranze e dalle delusioni che i personaggi rappresentati provano.Anche i miei viandanti, ad esempio, sono in realtà gli stati d’animo che essi stessi vivono, le emozioni che provano. Tu li vedi sempre in viaggio, che si sostengono l’uno con l’altro, si incoraggiano nel percorrere questa strada senza fine, e che altro non è che la metafora dell’esistenza, la metafora della nostra vita. Il viaggio è la vita stessa e questi personaggi l’attraversano sospesi tra la memoria di un paradiso perduto, un’età mitica, aurea, di cui soffrono la mancanza, e la speranza di raggiungere la meta che, per ora, intravedono soltanto. Nei loro occhi, e nel loro cuore, una struggente nostalgia verso quello che hanno perduto e insieme una leggiadra trepidazione verso quello a cui ardentemente tendono. Fra questi due estremi c’è il loro percorso, la loro vita e quindi, i miei quadri.Cosa c'e  di più astratto di questo? Raccontare cioè non tanto le loro forme ma i loro sentimenti, i loro ideali e allora ti ripeto: - io i quadri astratti li dipingo tutti i giorni.Ecco io credo che oggi anche con queste parole, anche con questo breve colloquio che abbiamo avuto, sia emerso un grande sentimento proprio nel presentare il tuo lavoro, le tue opere. Ora ti faccio i miei complimenti e ti lascio alle prese con questo meraviglioso dipinto che fra l’altro riguarda anche la nostra città, Firenze, quindi grazie Sergio e buona continuazione.

 

         
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