La bibliografia di Nardoni comincia ad essere rilevante, si contano infatti più di 25 edizioni monografiche oltre ad almeno 200 tra pubblicazioni su quotidiani, riviste e cataloghi non monografici. In questa pagina una selezione di opere  tratta da questi volumi narra l'evoluzione iconografica del Maestro dagli esordi fino alle opere più recenti.

Il tempo e' un fiume, e i miei quadri sono barche leggere, che un giorno, spero, giungano al mare
 

 

Un interno, una stanza da lavoro semplicissima e dall'aria quasi monastica. Una finestra sul fondo. Le persiane verdi accostate a far passare una luce soffusa e i vetri spalancati sicuramente per il caldo. In primo piano, davanti alla finestra, un cavalletto con sopra una grande tela vista da dietro. E obliquo rispetto alla finestra, e divide in due la stanza suggerendone la profondità. Una fuga di mattonelle in basso, verso la parete di fondo accentua ancora profondità. Sulla sinistra del cavalletto una sedia. Niente di più. Solo, dall'altra parte della tela, un triangolo di luce per terra. Viene dalla persiana socchiusa. Tutto è disposto secondo un gioco calcolato che dà la sensazione di uno spazio racchiuso e intimo. Finché la piccola stanza in ombra non diventa un mondo popolato di pochi oggetti, di poche presenze, ferme ma tutt'altro che immobili. Basta poco, solo il tempo che l'occhio si abitui a quella luce bruna, forata qua e là da piccoli cerchi luminosi. Sembra una scenografia costruita, magari quella di un film. Se fosse thriller sarebbe la stanza dove sta per svolgersi la scena madre. Tutto la dichiara deserta, l'atmosfera sospesa e irreale crea una suspance densa e corposa. E Ferie d'agosto, un dipinto di media grandezza, del 1987. Descrive il vuoto tranquillo e silenzioso di una camera qualsiasi in una giornata d'estate. È un dipinto importante per Sergio Nardoni. Una sorta di manifesto in cui l'artista dichiara i propri referenti, che riconosce tra i classici del passato come nei maestri moderni.

 

 

Il Beato Angelico, per esempio, che ha studiato per l'utilizzo della luce come elemento strutturale. Una luce che penetra morbida negli spazi, sfiora gli oggetti, piove sui panneggi, avvolge le figure, fino quasi a trasfigurarle e renderle assolute. Una luce illusoria, diafana, fuori dalla condizione quotidiana che Nardoni spiega di aver conquistato poco a poco dai capolavori del Beato Angelico. L'idea del ritratto di interno colto nell'intimità quotidiana, invece, con la luce che entra da una finestra a bagnare gli oggetti sul tavolo, evoca le stanze di Vermeer. Corretta secondo un gusto che si richiama più da vicino al nostro Ottocento: dagli interni claustrali del Puccinelli alle stanze più borghesi di Lega, anche queste sempre affacciate su un paesaggio luminosissimo. E quel cavalletto in primo piano, centro focale della scena, che in alto è un'infilata di verticali sovrapposte, quasi stralunate: il legno della finestra, l'asta reggi tela, il blocco fermaquadri, fa venire in mente il De Chirico ferrarese, con i cavalletti messi in prospettiva, di sbieco, stirati fino al cielo. De Chirico, la Metafisica, ma anche il clima più intimista di Novecento. Più vicino alla pittura delle lente, silenziosissime meditazioni di Morandi, e al congelamento temporale del realismo magico di Donghi e Cagnaccio di San Pietro. Al Novecento Nardoni si avvicina da ragazzo, grazie all'amicizia con il nipote di Felice Carena, di cui inizia a frequentare la casa di Forte dei Marmi, piena di opere e ricordi; ascolta i racconti della vedova del pittore, respira quel clima culturale. Gli piace, studia la Metafisica e passa in rassegna Valori Plastici. Poi negli anni dell'accademia conosce Antonio e Xavier Bueno, Pietro Annigoni, i cosiddetti Pittori moderni della realtà, che nel 1947 a Firenze avevano firmato un manifesto contro l'astrattismo nascente, scegliendo come nume tutelare proprio De Chirico. Con loro espone a Firenze, al Forte Belvedere in una mostra curata da Renato Barilli. È il 1986, sono passati più di trent'anni a dimostrare la continuità di poetica e la passione per il figurativo. Tutte queste influenze si ritrovano in Ferie d'agosto, esempio di pittura colta, ricca di rimandi alla tradizione, rivisitata con occhi moderni. Dipinto chiave, anche perché segna il momento di passaggio tra l'esordio e la più recente fase matura del lavoro di Nardoni. Prima, fino agli anni Settanta, infatti, l'artista era attratto dagli oggetti. Dipingeva gli strumenti di lavoro: la tavolozza, i pennelli, gli oli, composti con fiori, conchiglie, calchi di sculture antiche, in nature morte quasi monocromatiche, giocate su sottili variazioni tonali. Poi, negli anni Ottanta, l'inquadratura si è allargata sullo spazio che ospitava quegli oggetti. L'atelier, spesso vuoto, altre volte con gli amici che si aggirano tra i quadri. Ripreso da tanti punti di vista, ma inconfondibile, con la finestra aperta sulla campagna, le tende mosse dal vento e le tele voltate verso il muro. Pervaso da una luce soffusa che attenua tutti i colori. Oggi lo spazio, quello chiuso dello studio o le ampie vedute sui colli toscani, resta protagonista. Comprimario accanto ai personaggi che lo abitano. Giovani in sgargianti abiti da arlecchino, impegnati in esercizi da fu- namboli, acrobati, saltimbanchi, musicisti, giocolieri, o sorpresi in momenti di quiete, di pausa. L'atmosfera magica, sospesa, metafisica non cambia. La comparsa dei teatranti, anzi, accentua il senso di atemporalità, proprio dello spettacolo. E così che Nardoni rivendica alla pittura la capacità di creare un mondo che non esiste, come voleva De Chirico. Le sue immagini, infatti, sono iperreali e astratte insieme. La definizione scenografica dello spazio, l'evidenza con cui personaggi e oggetti sono presentati, esibiti, creano la sensazione di assistere a uno spettacolo. Il lavoro di costruzione dell'immagine, quindi, è lento e complesso. Le scene non sono ritratte dal vero, sono il risultato di un studiato gioco compositivo, in cui convivono sia l'osservazione diretta del modello che lo struggente affiorare dei ricordi, delle impressioni, delle visioni che hanno colpito l'artista. Le tele di Nardoni nascono dalla sapiente combinazione di osservazione, immaginazione, memoria.

 

           

Picture 2

Picture 2 Picture 2 Picture 2    
           
Picture 2 Picture 2 Picture 2 Picture 2    

Picture 2

Picture 2

Picture 2

Picture 2

 

 
           

Picture 2

Picture 2

Picture 2

Picture 2

 

 
           

 

 

 

 Picture 2