La bibliografia di Nardoni comincia ad essere rilevante, si contano infatti più di 25 edizioni monografiche oltre ad almeno 200 tra pubblicazioni su quotidiani, riviste e cataloghi non monografici. In questa pagina una selezione di opere  tratta da questi volumi narra l'evoluzione iconografica del Maestro dagli esordi fino alle opere più recenti.

Il tempo e' un fiume, e i miei quadri sono barche leggere, che un giorno, spero, giungano al mare
 

 

Immerso nella solitudine, pronuba l'area silente dello studio, Sergio Nardoni va sognando mondi lontani così come farebbe un bambino che la fantasia trasporta fra le irrecuperabili meraviglie delle favole; così come certamente deve aver fatto lui quando, ancora piccino, andava esplorando quel suo immaginario già allora senza confini e raccontava a se stesso gli episodi esaltanti di una irrealtà vertiginosa che gli pareva reale. Il sovrapporsi di tante situazioni tuttavia non gli ha mai creato seri problemi. E ancora oggi, adulto e pittore affermato, mentre dipana sulle tele un pensiero che viene da lontano Nardoni popola il suo racconto assegnando via via il ruolo di personaggi immaginari agli oggetti che si affollano sul tavolo di lavoro o ai propri ricordi di figure che sono apparse, e poi svanite lievi come proiezioni di pensieri inafferrabili, nel suo hortus conclusus.Ad ogni modo, le immagini che a poco a poco si materializzano nel dipinto non sono recluse e non tradiscono la controparte fisica donde derivano nè la presenza globale diquel "teatrino" (è stato Listri a chiamarlo così lo studio pieno di figuranti)

 

 

perchè il pittore le pone a contatto diretto con l'universo appena spalancando una finestra: una "magia" mediante la quale entrano insieme con la luce solare, rotolano fino a riempire gli spazi, agglomerati urbanistici invocati sul palcoscenico delle idee: ogni volta una Firenze diversa raccolta intorno a una delle sue architetture monumentali e che si allontana immediatamente dopo, verso l'infinito. E tutto questo accade sulla scia di un pensiero che dà la sensazione di inseguire nello spazio esterno i frammenti di un sogno ma che in effetti seguita a girare fra le pareti della camera dei sogni. E, qui, colori e pennelli si impegnano a ricostruire il racconto con la descrizione esatta dell'oggetto, sì, ma riproponendone la peculiarità dell'esistente, vale a dire la sua complessa e caratteristica natura, reale o immaginaria che sia. Ricordo una porta-finestra spalancata e un paesaggio costruito per un effetto speciale perchè in cima a quelle case svettasse la basilica di Santa Croce, fondale architettonico stupendo, cerniera mitica con i quartieri confluenti apparentemente disordinati in una struttura compatta, contraddittoria e armonica insieme: spettacolo di alto gradimento, si direbbe in gergo televisivo. Per tali ragioni ritengo che gli appellativi di manierista o di metafisico che a Nardoni sono stati attribuiti nel tempo rappresentino definizioni approssimative per un'arte magari manieristica e a suo modo anche metafisica, purché esse siano considerate come due delle molteplici sfaccettature dell'espressione commplessa di questo pittore modernissimo all'antica che riesce a coagulare nella forma e nel colore la sostanza delle sue idee. Secondo gli insegnamenti di una tradizione di elevatissima, meravigliosa finezza. E a tradurle nel più moderno e avanzato dei modi nel quale le prospettive non hanno punti in comune con la realtà; e i colori che ne sfumano o ne definiscono la funzione non sono tinte ma momenti di partecipazione all'atmosfera in cui la rappresentazione è coinvolta. E poi - anzi, dovrebbe dire prima di tutto - il disegno e la luce. Su questi elementi che sono basilari in un opera d'arte anche contemporanea, Nardoni ha impostato la sua rabbiosa reazione alle dissacranti eversioni che negli anni Settanta l'Accademia ha esasperato: il luogo mitico dell'insegnamento si disfaceva sotto 1' assalto di pseudomodernisti infiltrati nella protesta legittima e impegnati a creare il caos: alibi alla propria impreparazione professionale, all'incultura dilagante. Nardoni resistette a quello che gli appariva il massacro delle idee, l'annientamento della propria esperienza maturata con sacrificio enorme. Il tempo, fortunatamente, ha fatto dileguare quegli incubi che seguitarono tuttavia per anni a incombere sulla sua coscienza di pittore serio, preparato culturalmente, disimpegnato dagli ordini dei dan e anche dal mercato del quale avrebbe dovuto rendersi succube per trarne vantaggi. Ma Nardoni era stato sognatore e l'appartarsi da quelle situazioni per lui abnormi, se è stata certamente una scelta coraggiosa e pesante, ha favorito in lui un grande ritorno alla meditazione e allo studio, a una ricerca faticosa ma felice per affrontare comunque con maggiore sicurezza il voltapagina delle proprie esperienze; un cambiamento reso necessario dopo la decisione di lasciarsi alle spalle alcune conquiste rapportabii all'istintiva vocazione di origine macchiaiola. E giacché un'epoca nuova si affacciava alla ribalta della vita, Nardoni volle chiarire a se stesso con quali strumenti sarebbe necessario riprendere il colloquio con l'arte senza tradire il suo intenso passato. Sogno e realtà, solitudine e fantasia: eccoli i suoi strumenti, rivelatisi preziosissimi. E il colore trovò in una figura d'Arlecchino la via per accendersi oltre i limiti imposti dai rapporti tonali che hanno sempre evitato intemperanze alla sua pittura. C'è stato un periodo nel quale Nardoni ha dipinto solo arlecchini. Forse quelle pezze multicolori di cui si compone l'abito della maschera veneziana stimolavano l'entusiasmo e dimostravano anche che non era la paura della vivacità cromatica a guidare il rispetto quasi riverenziale per i toni ma un'esigenza dello spirito; un rispetto dovuto all'isolamento prescelto e che in ogni momento egli era nella condizione di ricongiungersi al mondo della commedia maliziosa e arguta. Forse. Ed è anche probabile infatti che oltre le esigenze pittoriche traspaia, dai veli capaci di avvolgere cautamente la memoria, un qualche ricordo stimolante e suggeritore di altri eventi ciclici. Fors'anche un motivo di riflessione profonda su fatti essenziali. Così come al figlio stesso, di fronte a un ritratto abbigliato alla maniera di Arlecchino che Nardoni gli ha dipinto amorevolmente, accade di riflettere: ". . .qui, racchiuso in minuti rettangoli mi ritrovo nei panni di un arlecchino che assorto e contemplativo mi guarda e intreccia i suoi sguardi con i miei, e così mi domando: chi sono io?.... La realtà e la fantasia ancora una volta sono tentativi di sovrapporsi lungo l'itinerario di quell'interminabile pensiero lanciato alla rincorsa dei frammenti di un sogno costante e vario, superficiale e profondo insieme, nello spazio infinito, nella luce accecante oltre i vetri della finestra che, una volta spalancata, scaraventa quella luce nello stadio a colpire le immagini appena dipinte. A distruggervi gli episodi del chiaroscuro, terapia d'urto pensata e auspicata nel subconscio per conservare intatti quei suoi magici rapporti tonali. Irrinunciabili. E sempre quella luce, madre di tutte le avventure pittoriche degne di nota, a suggerire una scala di espressioni al linguaggio di Nardoni: quando penetra nella stanza con prudenza esemplare a rendere soffice un panneggio quasi sfiorando i figuranti del "teatrino", quando si fa abbondante e categorica e non sfiora ma investe l'immagine. E nei ricordi reclamati dalla luce appaiano, sbiadite nel tempo, larve di immagini altrui lette e rilette nel passato in fase di studio, gli ambienti appresi dal Vermeer ad esempio, come suggeriva Pier Carlo Santini in un saggio rimasto storico su questa pittura; e c'e anche, impalpabile e suggestivo il sapore di quell'aria metafisica che è uno dei complementi e non la base dell'arte di Nardoni. Vi si può avvertire inoltre una certa cuginanza col nostro Novecento per la luce di un Carena piuttosto che per quella di un Carrà spesso affrettatamente citato. Ma è importante, mi chiedo, analizzare con gli strumenti di laboratorio questi remoti apporti correndo il rischio di perdere di vista l'invenzione formale che con i suoi valori è la vera importantissima forza della pittura di Nardoni? La creatività dell'artista fiorentino è la più autentica fonte di validità del suo modo di dipingere perchè si manifesta oltre i contenuti che pure sono da tener presenti per i valori morali che ne caratterizzano le strutture; oltre le presenze degli arlecchini o dei vasi di vetro o di coccio ricolmi di fiori; oltre le forme espresse nei ritratti - bellissimi - che mostrano l'interiore perchè si prescinda dall'identificazione fisionomica: quel diaframma, cioè, tendente a prevaricare la lettura dell'opera attraverso la tecnica eccezionale in cui l'immagine contenutistica prende corpo. E in questi sconfinamenti si articolano gli sforzi operati con tenace coerenza da Nardoni per conseguire un'autonomia linguistica che oggi è il suo vanto perchè è stata conquista difficile; soprattutto in Toscana restia a uscire dalla trama assai fitta delle sopravvivenze stilistiche di un glorioso retaggio, inteso come profondo senso della tradizione. Si tratta ad ogni modo di considerazioni, queste, che non incidono -come altre volte ho avuto occasione di scrivere -sulla poesia che resta il filo conduttore della pittura di Nardoni e ne attenua, ove se ne presenti la necessità, la realistica e fotografica riproposta espressiva. Anche se attraverso le più recenti fasi evolutive una tale necessità si èfatta sempre più remota nel linguaggio dell'artista che ha perfezionato un processo di sintesi figurale in cui il segno, il colore e il vezzo di stupire con la descrizione si sono fusi in un canto melodico, oggi più di sempre innervato in una poesia felicissima. Sono i versi, invisibili e tuttavia presenti con le loro cesure e gli accenti tonici di una metrica fascinosa a scandirne il ritmo. Fanno oggi quindici anni da quando invitai Nardoni, insieme con altri quarantacinque pittori scelti in tutta Italia, per una rassegna da me curata e che nella tirolazione "(Ir)realtà (s)oggettiva" intendeva evidenziare il tipo di selezione operata nell'ampio panorama della pittura giovane del nostro paese raccogliendovi per campionature le varie tendenze in cui gli artisti, su sentieri non necessariamente comuni anche se analoghi, si muovevano ciascuno guidato dalla propria indole "a cogliere quell'altro da sè che comunemente chiamiamo realtà". Una realtà - spiegavo - forse falsamente oggettiva e che in effetti rispecchia la personalità, la coscienza, l'atteggiamento culturale di ciascun pittore impegnato a trasferire il proprio io nei fatti e nelle cose osservate". Vi avevo inserito, a parte la difficile enunciazione programmatica, alcuni pittori che nella mostra si ritrovano ad esprimere linguaggi analoghi anche se solo raramente gli autori avevano avuto collegamenti fra loro e pertanto era da considerare prettamente generica, oltre che occasionale, quella convergenza linguistica e stilistica. Che era poi un modo di dipingere nel quale sembrava lecito all'artista "passare senza avvedersene" dalla certezza all'illusione; e all'osservatore lasciarsi coinvolgere nel gioco illusivo e a parteciparvi per via delle sue capacità di interpretazione. Si ritrovano così insieme, Giorgio Scalco, Giuseppe Biagi, Gigino e Walter Falconi, Giuseppe Giannini,Jonathanjanson, Sandro Luporini, Maria Stuarda Varetti, Luigi Timoncini, Gigi Doni, Claudio Bonichi e, appunto, Sergio Nardoni, quasi a rappresentare - per una impostazione progettuale tenuta nascosta fino all'apertura della rassegna -. una corrente unitaria formatasi per autogerminazione in stili diversi e da culture diverse. Sono trascorsi tre lustri dunque da allora. Le pitture di questi protagonisti si sono evolute mostrando via via che l'affascinante interscambio di situazioni ravvisabili nel gioco di passaggi dalla realtà soggettiva all'irrealtà oggettiva, e viceversa, si è esaurito nella stessa proposta illusoria che quel gioco contemplava. Sono rimaste le tecniche, raffinatissime, a recitare un ruolo importante nei linguaggi maturati o nelle diversificazioni sempre più frequenti che il tempo, le condizioni ambientali, le esigenze culturali, i ripensamenti e forse anche le mode hanno determinato e che, probabilmente, quel gioco più pressante e sottile, ma coercitivo, chiamato Mercato è riuscito a impone smantellando un'ipotesi suggestiva e che aveva pensato di inventarla o di coordinare gli sviluppi. Sergio Nardoni come ne è uscito? voglio dire: come ha saputo utilizzare la situazione che lo aveva inaspettatamente posto nella élite di una tendenza che, a dire il vero, non si sa bene se fosse reale o soltanto ipotetica? Ecco: il pittore fiorentino, a mio avviso, ha seguitato a vivere il sogno, il suo sogno, ricorrente e sempre nuovo che non gli ha concesso di indagare oltre le speranze e le illusioni nate, cresciute e in un certo senso cullate fino a viziarle, in quell'area intimamente ristretta ma infinita che è il suo teatrino. E gioca ancora con i figuranti a inventare storie diverse e sempre nuove nelle quali i personaggi sono maschere vive: nell'atmosfera raffinata di un ambiente ingigantito dall'autoesaltazione; per fatti illusori che ancora concorrono a stimolare una pittura vincente sul difficile cammino nel quale realtà e fantasia sanno ancora convivere d'amore e d'accordo. E c'è, a guidare l'impresa, sempre quella luce che blandisce, regolandone la portata, le riproposte e le strutture spaziali delle immagini relative; quella luce che ne rischiara la via e la rende agevole malgrado la presenza di grandi ostacoli latenti e palesi; e ne allevia le durezze con lambiguità preziosa in cui riescono a convivere la favola e la realtà. Non è dunque, questa di Nardoni, un luce magica?

 

           

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