La bibliografia di Nardoni comincia ad essere rilevante, si contano infatti più di 25 edizioni monografiche oltre ad almeno 200 tra pubblicazioni su quotidiani, riviste e cataloghi non monografici. In questa pagina una selezione di opere  tratta da questi volumi narra l'evoluzione iconografica del Maestro dagli esordi fino alle opere più recenti.

Il tempo e' un fiume, e i miei quadri sono barche leggere, che un giorno, spero, giungano al mare
 

 

Sono passati, ahimé, già sei anni da quando mi capitò di scrivere un ampio testo sull’attività pittorica di Sergio Nardoni: attività che cercai di ripercorrere diacronicamente, sulla base e sulla traccia di colloqui, di notizie, e soprattutto di quei documenti decisivi e incontrovertibili che sono le opere. Di tempo in tempo mi sono ancora incontrato con Sergio e con la sua pittura, e avrei voluto proporre un nuovo commento adeguato al suo impegno artistico e agli sviluppi e svolgimenti linguistici ed espressivi. Purtroppo me ne manca il tempo, ma voglio lasciare lo stesso su questo catalogo una breve testimonianza.Cominciando col dire che il carattere artistico di Nardoni si è andato consolidando, mentre si mantengono intatti i suoi entusiasmi e le sue fedi. Raramente ho incontrato un uomo più di lui immerso nei problemi del fare, e convinto che in essi e nelle implicazioni che comportano, possa e debba esprimersi il senso e lo spirito morale.

 

 

Altrettanto raramente mi è stato dato di avvertire in un artista una cosi autentica coscienza dell’altro da sé, o, in termini più espliciti, una pari religione della solidarietà umana, in luogo dell’egocen­trismo e dell’egolatria così frequenti in coloro che debbono anzitutto poter affermare la propria persona, liberi da ogni vincolo e rispetto. Tale ispirazione cristiana anima e arricchisce la vita di Nardoni, per una parte aperto verso gli altri, per un’altra attento a guardare in se stesso, a scavare nella propria interiorità per riconoscervi temi e ragioni da risolvere poi e significare sul piano creativo.
Lo spazio dello studio è diventato specie negli ultimi tempi il luogo deputato a raccogliere ed esprimere quei contenuti. Nardoni lo guarda da varie angolazioni, inquadrando il pavimento e le pareti, le tele con i loro telai, libri, rotoli di carta, compassi e squadre e altri strumenti del mestiere, sedie, tavoli e vasi di fiori. Agli sfumati morbidi, alle atmosfere vellutate di qualche anno fa, si è venuta sostituendo una luce cristallina e intensa che pone in risalto le forme e i dettagli, proietta ombre allungate, esalta contorni, riflessi, trasparenze. Per questa via che tanti artisti, dai metafisici agli iperrealisti, hanno frequentato, Nardoni intende liberare immagini pure, estraendo i succhi dalla realtà quotidiana, perfino la più umile e banale, con cui ha stretta consuetudine. I suoi interni sono ora costruiti istituendo relazioni compositivamente più complesse di quelle di un tempo, tra gli oggetti, le figure, i piani, che danno luogo a una personalissima connotazione prospettico-spaziale. La fotografia costituisce ancora un punto di partenza irrinunciabile. Ma l’autore la considera un mero sussidio iniziale ed esterno, cui affida il compito di fissare il primo nucleo genetico della visione. Un mezzo, dunque, già intenzionato, anche se non rivelatore di quei valori che solo il processo tecnico e formativo sarà capace di individuare e di attuare. Non importa aggiungere che si riconosce nelle opere di Nardoni quella perizia che costituisce la condizione necessaria per fare questa pittura. Proprio perché ormai la possiede come dotazione perfetta­mente acquisita, egli può giungere ad exploits e virtuosismi senza esibirli, sempre riuscendo ad integrarli nei contesti.
La mia “testimonianza” finisce qui. Ma mi auguro di poter tornare in un futuro non remoto ad occuparmi del lavoro d’un amico col quale esistono molte radicate e consistenti ragioni di consenso, e molte affinità.

 

           

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