La bibliografia di Nardoni comincia ad essere rilevante, si contano infatti piý di 25 edizioni monografiche oltre ad almeno 200 tra pubblicazioni su quotidiani, riviste e cataloghi non monografici. In questa pagina una selezione di opere  tratta da questi volumi narra l'evoluzione iconografica del Maestro dagli esordi fino alle opere piý recenti.

Il tempo e' un fiume, e i miei quadri sono barche leggere, che un giorno, spero, giungano al mare
 

 

Nello studio-teatrino di Sergio Nardoni, ristretto e insieme smisurato come accade a tutti e luoghi simbolici, si svolge una deliziosa commedia umana, elegante e raffinata, piacevolissima all'occchio, quanto densa di sottili, febbrili, talora amari risvolti. Siamo di fronte a un artista raro, di qualità diversa dagli stili correnti: un perfetto narratore di esistenze. Nardoni è un quarantenne toscano che cominciò a dipingere secondo i furori di una giovinezza che sposava tempi battaglieri e iconoclasti (gli anni Settanta); molto lentamente è arrivato a un accento così persuasivamente originale: è approdato alla ,, ,, sua isola. Ma non tutto del suo passato è andato perduto; ha salvato per esempio quello scatto dell'occhio tipicamente cinematografico e fotografico, che ancora presiede alla sottile geometria prospettica delle sue tele, a quel taglio delle figure, falsamente in posa, che sono non poca parte del suo fascino pittorico.

 

 

Guardate queste tanto suggestive tele, lo scenario concreto-astratto è lo spazio del suo studio: la luce (argomento e strumento essenziale della pittura di Nardoni) piove da una finestra, visibile o invisibile, investe cose e figure, le bagna tutte e rende le loro superfici lucide e magiche. Qualcuno, non a torto, ha parlato per lui di "realismo magico". E certo che i suoi dipinti stanno tutti racchiusi nel racconto metafora di una pittura lucente e bloccata come in un sogno che ha però l'incarnato respirante della vita. E ecco allora che Nardoni sceglie, all'interno del suo universo esistenziale e pittorico, la figura umana e la rappresenta, in modo rigoroso e cauto, distaccato e insieme partecipe, come una serie di simboli che non rinunciano all'ammiccante verità del ritratto; nelle piccole, deliziose, elegantissime nature morte, invece, affronta un multiforme alfabeto di cose e oggetti, cani, fiori, conchiglie, gessi, telefoni, sedie, pennelli, mescolando anagrafe e simbolo in una serie di strutture non prive di elegante nostalgia ma anche di sottile ironia. Perchè accanto a un'affabulazione narrativa, di grande coinvolgimento umano e psicologico, Nardoni sfoggia nelle sue tele anche ironia, appunto, giocosa intenzione di inganno, gusto critico della citazione intelligente e rara. A metà dunque, fra questa fissità di gesto astratto e quasi metafisico, un sottile gusto sciltianesco dell'iperreale, e un elegante inventano della piccola realtà quotidiana, ritratta nel suo lindore formale, sta l'arte suggestiva di questo artista, alle cui spalle c'è tanta storia della pittura, ma nessun modello incombente e prevalente. C'è la sottile ironia leggera di Watteau, ma c'è anche - per una gustosa mistura degli opposti - la tecnica del cinematografo. Rigoroso e cauto Nardoni mette in campo, come cifre di un suo discorso interiore lungamente pensato, cani e arlecchini, ragazze e fiori, figure insomma non còlte con la distratta maniera dell'istantanea, ma situate e come bloccate in un'atmosfera iperreale e insieme astratta. Al servizio di queste figure, per riempirle di denso significato, c'è l'ironia dell'artista, la sua assorta contemplazione della natura e della condizione umana. Di rado le tele di un pittore contemporaneo uniscono in sé tanta sovrana eleganza, tanta abilità, e anche un racconto così denso di esistenziali simbologie.

 

           

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Nello studio-teatrino di Sergio Nardoni, ristretto e insieme smisurato come accade a tutti e luoghi simbolici, si svolge una deliziosa commedia umana, elegante e raffinata, piacevolissima all'occchio, quanto densa di sottili, febbrili, talora amari risvolti. Siamo di fronte a un artista raro, di qualità diversa dagli stili correnti: un perfetto narratore di esistenze. Nardoni è un quarantenne toscano che cominciò a dipingere secondo i furori di una giovinezza che sposava tempi battaglieri e iconoclasti (gli anni Settanta); molto lentamente è arrivato a un accento così persuasivamente originale: è approdato alla ,, ,, sua isola. Ma non tutto del suo passato è andato perduto; ha salvato per esempio quello scatto dell'occhio tipicamente cinematografico e fotografico, che ancora presiede alla sottile geometria prospettica delle sue tele, a quel taglio delle figure, falsamente in posa, che sono non poca parte del suo fascino pittorico.

 

 Guardate queste tanto suggestive tele, lo scenario concreto-astratto √® lo spazio del suo studio: la luce (argomento e strumento essenziale della pittura di Nardoni) piove da una finestra, visibile o invisibile, investe cose e figure, le bagna tutte e rende le loro superfici lucide e magiche. Qualcuno, non a torto, ha parlato per lui di "realismo magico". E certo che i suoi dipinti stanno tutti racchiusi nel racconto metafora di una pittura lucente e bloccata come in un sogno che ha per√≤ l'incarnato respirante della vita. E ecco allora che Nardoni sceglie, all'interno del suo universo esistenziale e pittorico, la figura umana e la rappresenta, in modo rigoroso e cauto, distaccato e insieme partecipe, come una serie di simboli che non rinunciano all'ammiccante verit√† del ritratto; nelle piccole, deliziose, elegantissime nature morte, invece, affronta un multiforme alfabeto di cose e oggetti, cani, fiori, conchiglie, gessi, telefoni, sedie, pennelli, mescolando anagrafe e simbolo in una serie di strutture non prive di elegante nostalgia ma anche di sottile ironia. Perch√® accanto a un'affabulazione narrativa, di grande coinvolgimento umano e psicologico, Nardoni sfoggia nelle sue tele anche ironia, appunto, giocosa intenzione di inganno, gusto critico della citazione intelligente e rara. A met√† dunque, fra questa fissit√† di gesto astratto e quasi metafisico, un sottile gusto sciltianesco dell'iperreale, e un elegante inventano della piccola realt√† quotidiana, ritratta nel suo lindore formale, sta l'arte suggestiva di questo artista, alle cui spalle c'√® tanta storia della pittura, ma nessun modello incombente e prevalente. C'√® la sottile ironia leggera di Watteau, ma c'√® anche - per una gustosa mistura degli opposti - la tecnica del cinematografo. Rigoroso e cauto Nardoni mette in campo, come cifre di un suo discorso interiore lungamente pensato, cani e arlecchini, ragazze e fiori, figure insomma non c√≤lte con la distratta maniera dell'istantanea, ma situate e come bloccate in un'atmosfera iperreale e insieme astratta. Al servizio di queste figure, per riempirle di denso significato, c'√® l'ironia dell'artista, la sua assorta contemplazione della natura e della condizione umana. Di rado le tele di un pittore contemporaneo uniscono in s√© tanta sovrana eleganza, tanta abilit√†, e anche un racconto cos√¨ denso di esistenziali simbologie.