La bibliografia di Nardoni comincia ad essere rilevante, si contano infatti più di 25 edizioni monografiche oltre ad almeno 200 tra pubblicazioni su quotidiani, riviste e cataloghi non monografici. In questa pagina una selezione di opere  tratta da questi volumi narra l'evoluzione iconografica del Maestro dagli esordi fino alle opere più recenti.

Il tempo è un fiume, e i miei quadri sono barche leggere, che un giorno, spero, giungano al mare
 

 

Dei tanti artisti oggi operanti, Sergio Nardoni dice di apprezzare quelli in cui vede originalità e indipendenza ed impegno a rendere il loro io individuale "carico di tutte le emozioni, i sogni, le nostalgie, le paure e le speranze che agitano la loro esistenza". Nardoni ha avuto critici eccellenti a studiare la sua opera, ma queste parole restano la definizione più esatta e completa ad indicare le sue intenzioni artistiche. Ma come è arrivato ai vasti spazi metafisici e a queste incantevoli favole enigmatiche? Non certo per la solita trafila scolastica, che quasi sempre cancella l'originalità dell'artista incipiente. Alla scuola artistica si avvicinò in ritardo, già consapevole di sé dell'artista che era dentro di lui e che chiedeva di essere liberato), quindi in grado di fare scelte e di giudicare. Ma dalla scuola riuscì a ricavare qualcosa: la possibilità di esperimentare le varie tecniche, assiduamente, ostinatamente, fino a poter portare nella tecnica sua quella superlativa abilità di mano, quel virtuosismo esecutivo che è richiesto dalle sue propne invenzioni. Cercò nelle letture e nella frequentazione di musei e gallerie di farsi un panorama completo del mondo dell'arte. Si accorse presto che l'ambiente delle accademie e delle soprintendenze è sempre in ritardo sul passo della storia.

 

 

 E, del resto, le aule scolastiche riescono a render subito arido e artificiato ogni piglio novatore. Nardoni è un pittore intellettuale, ha una fisionomia che spicca, alla prima occhiata, ma a farlo quello che è ha molto contribuito la convivenza coi grandi classici della pittura, quelli verso cui lo attirava una qualche affinità di spirito. Quando ci troviamo davanti alle sue opere, pensiamo (ed è un pensiero che aumenta il piacere) alla limpidezza e finitezza, al gran silenzio, di Piero della Francesca, d 'Antonello da Messina, alla solennità, alla lontananza, al mistero dei loro personaggi. L'occhio di Nardoni deve essersi fermato a lungo anche su Velasquez, sulla estrema aristocrazia delle sue semplificazioni formali, sul modo con cui isola e rende dominanti i suoi personaggi, e sull'equilibrio delle composizioni che fa apparire i personaggi come astri immobili. Ma credo che Watteau l'abbia trattenuto ancora di più, per l'onda musicale che inve ste la scena, per l'abilissima strategia con cui estrae dal reale una bellezza platonica, cioè che appare colta in un mondo sovrumano. Penso soprattutto al Watteau dell' Imbarco per Citera, davanti a cui ci domandiamo, come ci capita di fare davanti ai dipinti di Nardoni: Dove siamo? Che cosa sta succedendo? Chi sono e che cosa vogliono questi personaggi? Sono vivi o appena immaginati? Recitano oppure è questo il loro modo di essere? Infatti, sono immobili, ma come bioccati a metà di un gesto. Ma, oltre che sui classici del passato, Nardoni si è formato anche con la frequentazione assidua, ben ponderata, selettiva del '900 italiano, soprattutto quello del filone metafisico: De Chirico, Carrà, e soprattutto Morandi, che è il più metafisico di tutti, quello che ha la pittura più interiorizzata, che discende da lente, silenziosissime meditazioni. Poi devono esserci state esperienze in altri campi, esperienze non da semplice dilettante ma da tecnico per acquistare padronanza dei nuovi strumenti, quelli che oggi possono aiutare l'artista soltanto se questi li sa pienamente dominare e piegare alle proprie intenzioni, e trovarvi incentivi a rendere la propria originalità. Sentirsi figlio del passato (quello lontano e quello più a ridosso) e, insieme, sentirsi figlio del presente, sono due stati mentali i quali, se ben coniugati, possono dare una splendi da completezza all'artista. Tradurre in pittura il mondo interiore d'un uomo d'oggi, è impresa immensa. Trovare i mezzi visivi adatti - i colori, il tipo di stesura che dia regola alle luminosità e alle trasparenze, manovrare da consumato scenografo spazi e prospettive - questo è solo il principio, perché bisogna che questi mezzi visivi siano portati a rendere (o, almeno, a far balenare) le emozioni dell'artista, i voli fantastici, gli stupori e i terrori con l'intensità necessaria perché arrivino a noi, agli estranei. È una grande impresa mettere ordine (lo scrupoloso e definitivo ordine di Nardoni) in quell'immensità. Con questa formazione, con questo apparato intellettuale, Nardoni èarrivato ad una pittura di vasto respiro in cui il vero protagonista, quello che domina tutto e subordina tutto a sé, è lo spazio: lo vediamo (sentiamo) dilatarsi oltre i margini del quadro, e articolarsi e aninarsi come un vero e proprio personaggio. S 'impossessa della luce, regola le zone chiare e quelle in ombra, fa suoi gli oggetti e, più ancora, le figure, dà unità alla composizione. I personaggi sono immobili ma la scena, a causa dei loro vivaci e inverosimili panni e dei loro atteggiamenti, è animata: non si curano di noi, e per questo ci incuriosiscono. Paloscia sente la toscanità nel disegno di Nar doni, la toscanità della grande tradizione che costruiva così solidamente le figure e che faceva dire ad Arturo Martini che la grande pittura toscana era scultura colorata. Non si può negare la possibilità che Nardoni abbia fatto i conti con quel disegno, ma il risultato complessivo è moderno, cioè percorso da una sensibilità più sottile e, se volete,insidiosa di quella che comportava la robusta struttura psichica dei padri. Lo spazio che occupa tanta parte delle opere di Nardoni è attraversato da una musica che ci fa pensare a quella che Pitagora sentiva negli spazi cosmici. Ma quel che conta è il segno che, come ogni altro elemento del quadro,  è stupendo. Non avvertiamo artifici, tutto suona vero, l'invenzione è viva, fresca, giovane, senza compagnia di sofismi, e arriva a noi come un'apparizione improvvisa. Questa pittura è nata da una grande calma e richiede di essere guardata in uno stato di calma assoluta. La sete di libertà (libertà di dire quello che ancora non è stato detto) ha spinto l'artista a interiorizzarsi e, di conseguenza, spinge l'osservatore a fare altrettanto, a concentrarsi ed ascoltarsi. Più lunga sarà l'osservazione dell'opera e più piena ne sarà la percezione, e sentiremo meglio che l'esecuzione dell'opera è poetica in ogni particolare. Nardoni merita che si faccia particolare attenzione alla  sua esecuzione, la quale - così esatta e finita - non può essere stata che lentissima e guidata da una intelligenza intransigente. Nel lungo tragitto, dalla nascita della prima idea all'opera conclusa, si è avuto non solo un progressivo raffinamento formale, ma i significati si sono intensificati ed ampliati: significati espressi o evocati. Insomma l'opera sembra nata all'improvviso, ma è il frutto di un lungo e fermo proposito. La via dell' interiorità, in altri tempi era indicata dai miti, pagani o cristiani. Oggi non ci sono più miti o, almeno, quelli che resistono hanno perso l'universalità e si diversificano secondo gli individui.  Comunque, coi miti o senza i miti, oggi il faro dell'arte non può essere che quello che indicò Schopenhauer nel suo gran libro: "Il mondo come volontà e rappresentazione". Il miracolo dall'arte, quando riesce, è di offrire alla nostra intuizione la vita spirituale dell'artista, vita assolutamente individuale, ma resa nella sua profondità e, quindi, avente un valore universale. Questo perché, nel centro motore di ogni singolo spirito, esiste una scintilla divina: viva e scintillante, o appannata e in letargo come la brace sotto la cenere. Gli antichi panteisti la definivano un atomo dell'immensa divinità che muove il cosmo. È ben vero che oggi, questa esplorazione del mondo dalla specola del   proprio spirito, è diventata mille volte più ardua e più vertiginosa. Lo spirito umano, più lo si studia e più si dilata. Il reale resta quello di prima: i suoi cambiamenti sono solo di superficie e di durata precaria, ma la zona dell'irreale scopre sempre nuovi continenti. È esaltante, ed incute rispetto, un artista come Nardoni che osa affacciarsi su questi continenti.

 

         

Picture 2

Picture 2

Picture 2