La bibliografia di Nardoni comincia ad essere rilevante, si contano infatti più di 25 edizioni monografiche oltre ad almeno 200 tra pubblicazioni su quotidiani, riviste e cataloghi non monografici. In questa pagina una selezione di opere  tratta da questi volumi narra l'evoluzione iconografica del Maestro dagli esordi fino alle opere più recenti.

Il tempo è un fiume, e i miei quadri sono barche leggere, che un giorno, spero, giungano al mare
 

 

Le nature morte si sono spinte suì proscenio fino alla ribalta e offrono al contatto con l'osservatore accensioni cromatiche che usualmente non albergavano nella pittura di Sergio Nardoni; una pittura cioè immersa nella luce diffusa, soffice e carezzevole, appena sfumata in un tenue gioco chiaroscurale di vaghe riminisenze romantiche. Sono tornati a occupare i primissimi piani, e questa volta in grandi formati, anche gli arlecchini che nelle vibrazioni forti dei colori tassellati del vestimento sembrano appagare un sogno cullato per molto tempo: allentare cioè quella rigorosa barriera che i rapporti tonali esercitano per istintivo pregiudizio nei confronti della violenza cromatica. Sono queste le simpatiche novità che mi viene fatto di cogliere nell'impatto con le pitture più recenti dell'artista fiorentino e mi pare di identificarvi un altro importante passo compiuto in direzione di una totale autonomia linguistica che, soprattutto in Toscana, è conquista difficile nella trama tenace delle sopravvivenze stilistiche. Nardoni si è lasciato da tempo alle spalle le suggestioni operate da quel riferimento ossessivo che era stata la pittura macchiaiola e che, malgrado tutto, ancora fa sentire il suo fascino nelle scelte; ha intuito da molto tempo quale è la strada più congeniale al suo talento pur sapendo che è strada ostica perché si tratta

 

 

 di abbandonarvi a pezzo a pezzo certi successi conseguiti nella sua puntigliosa ascensione nel mondo dell'arte ed egli sa che sono stati episodi meravigliosi sbocciati nella ricerca di se stesso.Oggi, la pennellata fa inesorabile giustizia di quegli episodi perché, facendosi larga e mutando la texture del dipinto con l'espanderla su superfici di ampie dimensioni, apre la pittura di Nardoni al processo della sintesi figurale; resistendo dunque alle "cocciute" tentazioni del descrittivismo callligrafico di cui si caratterizzavano i piccoli formati che già si allineano nella pinacoteca della memoria. Senza rinunciare, beninteso, a quel favoloso dono di natura che l'artista custodisce e cura gelosamente: il disegno; vale a dire la base essenziale di ogni avventura pittorica che abbia a conforto la serietà della ricerca e l'impegno, che in Toscana èsacro, derivato dalla regola leonardesca ancor valida malgrado l'accavallarsi delle filosofie e delle mode che le configurano. E c'è il problema della luce. Gigantesco problema che da Jngres a Délacroix, da Turner agli impressionisti, dai napoletani ai macchiaioli si apre ogni volta a soluzioni che incidono profondamente nell'espressione formale e si identificano nelle tecniche innalzandole idealmente al livello dello stesso linguaggio che le esprime. Nardoni è attentissimo a evolvere il proprio linguaggio di pari passo con le soluzioni da offrire all'incidenza della luce. In alcune delle ultime cose, soprattutto nelle nature morte, quella inondazione della stanza (che è il paradiso nel quale la sua pittura nasce e si evolve) riduce la elargizione generalizzata del suo bene; per cui la finestra si fa filtro riduttore inviando un fascio luminoso sugli oggetti, anzi su una parte degli oggetti; come a sottolineare la presenza elitaria di cose fra le tante cose rappresentate. Anche negli arlecchini - e intendo comprendervi le varie figure in vesti teatrali che oggi affollano il palcoscenico di Nardoni - il processo muta di aspetto poiché la luce non più carezzevole, pur se ancora soffice e avvolgente, ama anche scontrarsi con la figura, creando zone d'ombra di più rapido effetto. Tutto questo fa parte di una sindrome nella quale è da ricercare, a mio avviso, una nuova chiave di lettura del processo mentale attraverso cui Nardoni va articolando in questi giorni l'interpretazione del reale. Perché è sempre la realtà a giocargli intorno, in quella medesima stanza, ruoli possibili nei temi da affrontare sulla tela. E sono il figlio e la moglie, i quadri già fatti appoggiati al muro, quella congerie di oggetti che egli conserva come gioielli di antiquariato, sempre disponibili a "posare" da modelli; ma senza aver più la pretesa della fedelissima descrizione di cui sono stati gratificati nel passato anche recente. Alcuni anni fa, analizzando questa pittura per breve prefazione in un catalogo di mostra, rilevavo come l'artista amasse richiamare ogni volta all'ordine quel segno o quella pennellata tendente ad allontanarsi dal rigore dell'ispirazione progettuale: poiché quell'ordine consisteva in un equilibrio di forme e di colori non dettato da canoni stereotipi ma dal sentimento; proveniva cioè dall 'interno, dall'animo suo che aspirava a manifestare la propria sensibilità, finissima, attraverso una tecnica capace di ricondurre a livello di vibrazione ritmica il bello apparente". Ecco: l'equilibrio non è mutato da allora, ma via via che il "manierismo" di Nardoni si è quasi dissolto insieme con quel tipo di luce filtrata e comunque espansa panoramicamente avvolgendo gli oggetti, il rapporto luceforma-colore è mutato sensibilmente in quanto l'ordine di cui si diceva dianzi non può essere più il medesimo: per il fatto che le modificazioni nell'architettura figurale lo hanno trasferito su un altro e ben più complesso modo di intendere l'armonia. E il segno e il colore hanno assunto a loro volta un ruolo diverso giacché sono stati loro i veri protagonisti della rivolta ideale. Di qui l'esigenza di intervenire anche nel rapporto oggetto-luce, oggi più determinato e, per questo, meglio decisamente legato alla materiale presenza delle figure ritratte, degli oggetti rappresentati. Sono considerazioni ad ogni modo che non alterano il discorso di sempre su Nardoni: vale a dire non incidono sulla poesia che resta il filo conduttore della sua pittura e ne attenua, ove se ne presenti la necessità, la realistica e fotografica espressione; e che nel processo di sintesi riesce ad amalgamare quel segno stupendo con i colori affacciatisi recentemente a ravvivare una tavolozza diluita nel gioco dei toni di una monocromia prevalente. Entra, dalla finestra dello studio, meno riflessa quella campagna che sembrava fluire nello spazio chiuso insieme alla luce diffusa, come a rammentare che tutto quanto si spandeva intorno (e fin dove lo sguardo arrivava a individuarne la presenza all'esterno) era parte integrante di un patrimonio ancestrale di immagini e di emozioni. Insostituibile. E non si sostituisce infatti se non negli stimoli nuovi che esso riesce a dare alla pittura di Nardoni, in armonia con quell'ondata di fresco che oggi coinvolge le immagini e le valenze prospettiche in cui si proiettano le esigenze delle più recenti conquiste. E si rivela in tutto questo una coerenza meravigliosa; soprattutto nel possesso, anche inequivocabilmente spietato, di quella materia che l'artista addensa sui volti a ribadire la fondatezza dei suoi miraggi stilistici.

 

         

Picture 2

Picture 2

Picture 2

Picture 2

 

         

Picture 2

Picture 2