La bibliografia di Nardoni comincia ad essere rilevante, si contano infatti più di 25 edizioni monografiche oltre ad almeno 200 tra pubblicazioni su quotidiani, riviste e cataloghi non monografici. In questa pagina una selezione di opere  tratta da questi volumi narra l'evoluzione iconografica del Maestro dagli esordi fino alle opere più recenti.

Il tempo è un fiume, e i miei quadri sono barche leggere, che un giorno, spero, giungano al mare
 

 

Siamo in tre, su al suo studio di Poggio alla Scaglia, dalle parti di Pozzolatico: due stanzette dall'aria un po' monastica in cima a quella che un tempo doveva essere una torre fortificata. Una sera di fine estate, con la brezza notturna della campagna che entra dalle finestre e con le voci di un capannello di gente, donne e ragazzi, che giù, sul limitare dei campi, chiaccherano seduti in circolo alla luce di una lampada, godendo il fresco della notte prima di andare a dormire. Lui finisce di mostrare gli ultimi ritratti, l'uno dopo laltro, ognuno accompagnato da qualche precisazione: le difficoltà, le diverse versioni, i disegni preparatori. Tira fuori fotografie e diapositive ("così te li ricordi meglio..."), mette tutto in una busta e poi azzarda: "per il titolo pensavo a qualcosa come Amici in posa.Tu che ne dici? E solo un'idea, si può cambiare...". Perché mai?Amici in posa va benissimo. Volendo, si potrebbero sostituire gli Amici con il numero: nove. Nove in posa. L'idea della posa però è perfetta, non va cambiata

 

 

   E a ben guardare neanche quella degli amici. No, niente cambiamenti, va benissimo così com'è. Amici in posa dunque. Perché poi, a ripensarci, lui, Nardoni, ha sempre dipinto Amici, e li ha sempre dipinti in posa. Alle volte, come in questo caso, amici in carne ed ossa, riconoscibilissimi, con nome e cognome. Altre volte, il più delle volte, ha dipinto oggetti e luoghi e intemi d'affezione. Amici e riconoscibili anche quelli. E tutti sempre in posa. Curioso che proprio lui, che negli anni dell'Accademia (la fine del '70) aveva fatto parte di un drappello di "arrabbiati" intenti tutti a riscrivere, un po' col gusto della beffa e molto col gusto del cinema, l'intera storia dell'arte, nella storia dell'arte ci si sia ritrovato immerso completamente. Prigioniero felice delle seduzioni più intriganti del fare pittura tradizionale: tecnica e citazione. Curioso, ma non inspiegabile. Storia dell'arte e pittura, in quegli ultimi anni di avanguardia concettuale e di guerriglia semiologica, non erano certo guardate di buon occhio. Per un giovane poi, pratiche del genere, se non riprovevoli, erano certamente disdicevoli. Se proprio ci si voleva avvicinare, alla pittura, occorreva farlo tra mille cautele. Neutralizzandone gli effetti perniciosi con la ripresa filmata, o riscrivendola semplicemente, ma in chiave ironica. Arte come oltraggio insomma, come beffa o come citazione: non c'erano vie di scampo. Cessato l'ostracismo e legittimata ogni pratica, Nardoni ha per così dire, potuto coronare il suo sogno, darsi alla pittura senza reticenze, e iniziare la serie di questi amici in posa. Non di questi nove qua, è chiaro, ma di tutti gli amici, di tutti i luoghi e di tutti gli oggetti amici. Le stanze rassicuranti dello studio, con le finestre aperte e il paesaggio fuori, i quadri voltati e accostati alla parete, i fiori sul tavolo che facevano tanto pittura fiamminga alla Hugo Van Der Goes, le tende gonfie di vento, il cavalletto e la fuga dei mattoni rossi del pavimento. E ancora i volti noti dei familiari e degli amici, altri oggetti e altri luoghi. Tutti tenuti assieme in una pittura lenta e stratificata, minuziosa e piana, rigorosa e cauta. Una sorta di tealismo magico insomma, ma anche il tentativo di ricostruire, nel proprio~ studio e su quelle tele il mondo attorno, l'universo quotidiano, sempre indagato, sempre riscoperto e sempre in posa, li pronto a farsi ritrarre. Poi, ecco l'idea. Gli amici, quelli in carne ed ossa, da riunire in cinque dipinti. Amici che dipingono e amici che scrivono, tutti legati tra loro e con lui da rapporti di consuetudine, di stima, di collaborazione. Tutti disposti ad essere ritratti e a finire poi in una mostra di Amici in posa. Una novità. Chi le fa più queste cose ormai? Il ritratto come genere, se non ohsoleto, un po' imbarazzante lo è di certo. Il ritratto di amici poi, quasi non esiste nemmeno. Niente paura: lui, Nardoni, a sfidare convenzioni del genere e ad apparire volutamente demodé, ci si diverte un mondo. E un po' il suo modo di provocare, ma anche di reagire alle mode. Eccolo dunque riunire gli amici, studiare pose e costumi, e poi passare all'esecuzione. Ed ecco anche i dipinti pronti. C'è Rodolfo Meli, l'aria perennemente distratta, che fuma e mostra un suo quadro; Luigi Galligani che, essendo uno scultore, mostra invece un po' di teste e forme in pietra; Pier Carlo Santini che, a ribadire anche lui la propria attività, tiène in mostra, tra le mani, uno spesso volume: un catalogo d'arte con tutta probahilità. C'è anche chi scrive, ritratto (non chiedetegli perché) in costume da Arlecchino e con in mano una piccola piramide assai metafisica; e c e il gruppo finale (o iniziale): Doni, Falconi, Cacciarini e Meli di nuovo; ma anche, dietro al cavalletto, intento a dipingere, lui, Nardoni stesso. Ognuno con gli strumenti del proprio lavoro si diceva, quadri, libri o sculture, ma tutti, stranamente, nello studio suo, di Nardoni: ognuno a sé stante ma tutti rapportati a lui, a quel suo cavalletto onnipresente, a quella stanza di sempre, a quegli stessi quadri contro il muro. Ne nasce una sorta di gioco di specchi; uno scambio multiplo, tra ritraente e ritratti. Chi è il primo, e chi sono i secondi? Perché se è lui che ritrae, come fa ad essere ritratto al tempo stesso? E per di più mentre ritrae gli altri? A meno che non sia, non un ritratto, ma il ritratto di un ritratto. E perché poi tutti sono da lui ma come se fossero ancora a casa loro, tra i loro oggetti e i segni della loro professione? Un caso di appropriazione forse, di volti, temi, motivi e oggetti altrui; riflessi tutti in un solo occhio, il suo, di Nardoni, che guarda e ritrae, ma che è anche visto e ritratto al tempo stesso. Che mette in posa, ma che è contemporaneamente, messo in posa. Anche lui. C'è di che perdere la testa. O meglio, di che divertirsi a lungo. Ma c'è anche, dietro, un'operazione ambiziosa, condotta tutta "in punta di pennello", attraverso una stratificazione ancora più lenta e più spessa del colore: in un addensarsi quasi, della materia, attorno a volti, corpi e oggetti, quasi in una sempre più stringente presa di possesso. E c'è soprattutto un intento nuovo, per Nardoni e più in generale nel panorama di un po' tutta l'odierna pittura di citazione: che riscopre l'inganno e l'ironia, il piacere di citare se stessa e i propri artefici. Di ritrarsi mentre ritrae. Un po' una sorta di ritorno alle origini, nel caso di Nardoni: a una pittura che parlava di altre pitture, che si studiava, si analizzava e si ritraeva nel proprio farsi. In maniera ormai distaccata e matura però, senza provocazioni esasperate, senza volontà scandalistiche: solo rileggendo, reinterpretaddo e aggiornando gli esempi antichi. I tanti autoritratti allo specchio o al cavalletto, i tanti gruppi di amici ideali, i tanti ritratti in posa di cui è piena la pittura moderna. Solo che lui, questi diversi aspetti del ritratto li ha sommati tutti assieme, li ha uniti in una soluzione nuova, totale. E un intento apparentemente tradizionale come quello di ritrarre un gruppo di amici in posa, improvvisamente si è capovolto ed è diventato un gioco speculare, un'arte allo specchio davvero: col pittore diventato modello e i modelli spettatori. Di lui che si ritrae, è ovvio. Un gioco di intelligenza, senza però l'ironia dissacrante dei d'aprés, anzi, con la serietà quasi caparbia di una pittura composta e misurata: come tradizione comanda e come lui traduce in sensibilità contemporanea. Forse, a insistere in questo tipo di lettura, c'è da perderci la testa davvero. E va a finire che in posa si ritroveranno solo i visitatori della mostra. Accorsi a veder altri in posa e a giudicarne semplicemente la somiglianza con gli originali. Come andare allo zoo e ritrovarsi in gabbia, insomma. E per di più, in posa.

 

         

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